La marcia di avvicinamento di Carige

Amici, oggi torno a scrivere. Ho preso una pausa durata tutto il 2018. Non è stata una scelta voluta, piuttosto un disorientamento che mi ha preso seguendo lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche, ed è poi peggiorato dalla campagna elettorale in avanti, con le mosse dell’inedito governo giallo-verde, lo spread e tutto il resto. Faticavo a trovare il bandolo della matassa bancaria, il massimo che sono riuscito a fare è registrare su Twitter il giorno per giorno, con telegrafici commenti.
Ma la settimana scorsa qualcosa è cambiato quando Camilla Conti, che di banche scrive molto bene sul Giornale, ha espresso un disagio simile al mio in un tweet:

al quale ho risposto

Scendere dal "cancinculo" delle polemiche quotidiane o farmi sballottare restando a bordo? La scelta mi andava stretta. A quel punto mi sono detto, basta, oggi scrivo qualcosa, non importa che cosa. Cerco di dar forma a un racconto, a un giudizio. Grafoterapia. Ed ecco quello che ne è venuto fuori, con qualche fatica, tante parole, pochi numeri (spero di migliorare in velocità e qualità).

Il mio 2018

Nel 2018 pane-e-finanza è rimasto silente, ma il titolare (che sarei io) non è rimasto inoperoso. Su invito di Assolombarda ho seguito il tavolo di lavoro "Normativa bancaria" nell’ambito dell’iniziativa Stati generali del credito voluta dal suo presidente Carlo Bonomi. Qui trovate il rapporto che ne è uscito, al quale hanno contribuito anche Marcello Messori della LUISS (Capital market union) e Stefano Caselli della Bocconi (Finanza per la crescita delle imprese). Il tutto è stato presentato e discusso da un panel di relatori tripla A in un convegno a Milano il 12-13 novembre 2018.

Esperienza interessante, questa. Al mio tavolo hanno partecipato persone supercompetenti e cordiali, con le quali si è lavorato benissimo. Ci tengo a ricordarle: Giuseppe Sopranzetti e Luca Bianchi (Banca d’Italia), Alessandro Rivera ed Elena Comparato (MEF, il primo è l’attuale direttore generale), Gianfranco Torriero (ABI), Fabrizio Guelpa (Intesa Sanpaolo). Per Assolombarda hanno contribuito Ambra Redaelli (imprenditrice), Umberto Piattelli (consulente legale), Anna Garavaglia, Sara De Faveri e Stefania Saini.

Bene, che nesso c’è tra quest’esperienza e il tema di oggi? Vi cito un passaggio del rapporto (pag.53) e lo capirete immediatamente dal punto in grassetto:

Le riflessioni sui grandi temi della normativa e della vigilanza bancaria proposte in questo documento, e le criticità riscontrate, si possono tradurre nelle seguenti proposte:

  • attivare il terzo pilastro della Banking Union superando la separazione artificiosa tra interventi di gestione delle crisi e assicurazione dei depositi che caratterizza l’attuale architettura, riportando entrambe le funzioni sotto un’unica Autorità (un riformato Single Resolution Fund); in questa prospettiva si potrà rilegittimare l’uso congiunto di risorse dei sistemi di assicurazione dei depositi, fondi di risoluzione, risorse pubbliche nell’ambito di piani di risanamento preventivi o forme di uscita delle crisi alternativi alla risoluzione come definita dalla Brrd;

L’idea in grande di una FDIC europea l’abbiamo ripresa da un intervento di Mario Draghi del maggio 2018, ma non la consideravamo certo un traguardo immediato. Che dire invece degli interventi preventivi con risorse interbancarie e pubbliche? Pronti, eccoci serviti sulla piazza di Genova.

Il 2019 comincia con il decreto-legge numero uno

Sto parlando di Banca Carige, ovviamente. Dal 22 dicembre, giorno del no di Vittorio Malacalza all’aumento di capitale, se ne discute un giorno sì e l’altro pure. Il battage è diventato ossessivo dopo il commissariamento deciso dalla Bce il 2 gennaio e l’approvazione lampo una settimana dopo del decreto-legge 1/2019 (splendido inizio dell’anno di decretazione), che ha riattivato per la banca genovese i tre principali strumenti predisposti nel dicembre 2016 a sostegno di MPS e delle popolari venete, ovvero la garanzia statale su emissioni obbligazionarie, l’analoga garanzia su linee di liquidità della Banca d’Italia (ELA) e la ricapitalizzazione precauzionale. Testo fotocopia di quello vituperato ai tempi da esponenti dell’attuale maggioranza, che ora adducono impacciate giustificazioni al loro cambio di giudizio. Non entro in questa polemica perché onestamente non mi interessa e ci distrae dalla sostanza del problema. Per gli stessi motivi non metto a tema i problemi di governance e la contesa tra la famiglia Malacalza e la cordata concorrente di Mincione, Volpi e Spinelli. Quando gira poco capitale, ci si appassiona alle lotte per il controllo, come nella Borsa italiana pre-anni ottanta. Io, a differenza degli amici bravissimi che scrivono su quotidiani e periodici, posso permettermi di ignorare questi intrighi che invece appassionano i loro lettori.

Tornando al decreto, notiamo che tutti e tre gli interventi sono forme di "sostegno finanziario pubblico straordinario" ammessi dalla direttiva Brrd all’articolo 32(4d) in deroga al principio generale secondo cui il sostegno dello Stato configura ipso facto una situazione di dissesto e rischio di dissesto delle banche che di quell’aiuto beneficiano.

Cerchiamo di capire se siamo di fronte a un déjà vu non soltanto di testi, ma anche di fatti che riaccadono. Consideriamo perciò i casi delle banche popolari venete e del Monte dei Paschi di Siena nei quali quegli stessi strumenti sono stati applicati con mix differenziati. Faremo qualche cenno all’episodio precedente delle "quattro banche" (Banca Etruria, Banca Marche, Casse di risparmio di Ferrara e di Chieti), tecnicamente gestito in maniera diversa, mediante risoluzione nel novembre 2015, ma accomunato dalla problematica del ristoro dei clienti-investitori ingiustamente danneggiati.

Carige e le altre: somiglianze e differenze

Il passato prima del punto critico

Le diverse storie hanno antefatti simili: riguardano banche di medio-grandi dimensioni che hanno tentato il salto dimensionale con ripetute acquisizioni di altre banche o reti di sportelli, pagando avviamenti che oggi paiono stratosferici. La rincorsa per il grande salto ha richiesto nuovi capitali. Nel 2008 MPS fa appello agli investitori, grandi e piccoli, per finanziare l’acquisto di Antonveneta. Carige lancia nello stesso anno un robusto aumento di capitale per rilevare sportelli ceduti dai gruppi maggiori. Le Venete fanno appello al sostegno dei soci-clienti in maniera più distribuita nel tempo sul mercato di sportello delle loro azioni non quotate in Borsa.

Anche le politiche del credito si assomigliavano: dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale, tutte hanno sostenuto le economie locali finché hanno potuto, attraversando due recessioni. Per effetto delle scelte pregresse, nel 2013 hanno affrontato l’appuntamento con la Vigilanza unica sotto il peso di avviamenti e cattivi crediti da svalutare. Il medico di Francoforte le ha trovate tutte deboli di patrimonio e ha prescritto iniezioni di capitale, rinnovando più volte la ricetta. È facile oggi fare il conto delle perdite latenti che già in quegli anni allignavano nei libri. In gran parte sono venute fuori (non ancora tutte) come blocchi che si staccavano uno dopo l’altro da un iceberg. Accumulandosi negli anni hanno consumato il patrimonio pre-crisi e i rabbocchi massicci fatti sotto la pressione della Vigilanza dal 2013 in poi.

MPS e Veneto-Vicenza hanno raggiunto prima di Genova il punto di rottura. Perché? Due sono le spiegazioni:

  • hanno sofferto tassi di default più elevati, e di conseguenza una quota più ampia dello stock di crediti è passata a NPL;

  • per difendere gli assetti di controllo, differire l’emersione di perdite e sostenere i coefficienti patrimoniali hanno gestito in maniera più azzardata gli aumenti di capitale e le valutazioni a bilancio.

Ricordiamo nel caso di MPS il famigerato Tier 2 piazzato tra la clientela retail nel 2008 (poi ristorato com la ricapitalizzazione del 2017), i giri su strumenti ibridi Fresh con la Fondazione controllante, i derivati (Alexandria, Santorini e altri) che hanno nascosto le perdite su titoli di Stato. Per parte loro le Venete, entrambe banche popolari non quotate in Borsa, hanno fatto leva sulla crescita senza filtri degli impieghi, sulla sottostima degli accantonamenti e sulle micidiali forzature del collocamento di azioni a prezzi gonfiati tra la clientela via mis-selling e finanziamenti "baciati" agli acquirenti (specialmente a Vicenza).

Carige ha sofferto degli stessi malanni (in forma meno acuta, presumiamo), ma non ha raggiunto quegli eccessi. Pur essendo una banca regionale della taglia (in quegli anni) della popolare vicentina, è quotata alla Borsa Italiana dal 1996, ed è quindi sottoposta allo scrutinio del mercato. Pur controllata fino al 2013 da una Fondazione che ha mantenuto legami con la politica e l’imprenditoria locale, ha diversificato il suo azionariato, aprendo le porte a gruppi bancari esteri (Banques populaire e Caisse d’epargne francesi, rimasto fino al 2015). Negli anni del bisogno (di collocare azioni e subordinati) le sono stati vicini primari gruppi bancari e assicurativi (Mediobanca, Intesa, Generali, Unipol, UBS e altri) nella veste di collocatori e investitori. Ha peraltro mantenuto una diffusa partecipazione di piccoli azionisti-clienti, come altre Casse di risparmio trasformate in SpA.

Quanto alle cattive condotte, anche i vertici di Carige sono stati chiamati in giudizio (concluso con le condanne di alcuni esponenti) per reati societari (false comunicazioni sociali per i bilanci 2012 e 2013 e altro) e per operazioni in conflitto di interesse sulle controllate del ramo assicurativo. Tuttavia, non sono emerse deliberate e artificiose manipolazioni dei conti e della dotazione patrimoniale e forme di mis-selling di titoli rischiosi, almeno fino ad ora.

Il punto critico e la soluzione della crisi: MPS e popolari venete

Il momento della verità è arrivato in modi diversi. Le popolari venete hanno subito lo stop del mercato agli aumenti di capitale programmati per quotarsi in Borsa nel marzo-giugno 2016, dopo la trasformazione in SpA nel 2015. Sono quindi passate per la curatela del Fondo Atlante che ha fornito più di 3 miliardi e mezzo di capitali freschi; purtroppo non è bastato a risanarle, e si è dovuto avviarle alla liqudazione con cessione delle attività sane al gruppo Intesa Sanpaolo nel giugno 2017.

Nel caso di MPS il passaggio è stato meno traumatico: nel dicembre 2016 l’ultimo di una serie di aumenti di capitale non è andato a buon fine e a quel punto lo Stato ha preso il posto del mercato fornendo i capitali che servivano e diventando il socio controllante. Prima di quel punto tanto la banca toscana quanto le venete hanno fatto ricorso all’emissione di obbligazioni garantite dallo Stato con la stessa formula ora riproposta per Carige. Quel supporto è stato necessario per fronteggiare il calo della raccolta all’ingrosso, allontanata dal rischio pendente di dissesto e conseguente bail-in dei depositi non assicurati.

Diversa tra Siena e il Veneto è stata anche la sistemazione dei problemi pregressi.

Presso MPS, il portafoglio di NPL è stato abbattuto con cessioni in parte assistite da garanzia statale GACS anche con l’intervento del Fondo Atlante 2 (poi ribattezzato Italian Recovery Fund). Nelle Venete i crediti deteriorati sono rimasti in capo alle società in liquidazione, con il supporto della SGA, società controllata dal Tesoro nota per la gestione del portafoglio di Npl del Banco di Napoli. Sga è però intervenuta soltanto in veste di servicer, non di acquirente a prezzo di favore (contrariamente a quanto a volte si crede).

Quanto agli esuberi di personale, MPS si è affidata a meccanismi volontari con il contributo del Fondo di solidarietà (vedi accordo tra Mps coi sindacati e la pagina First-Cisl che riassume le forme di uscita agevolata per i bancari esodati). L’assorbimento degli organici delle Venete ha richiesto una soluzione ad hoc: il gruppo acquirente ha ottenuto un contributo statale di 1,3 miliardi circa a copertura delle spese di ristrutturazione organizzativa, oltre a fare ricorso al ricordato Fondo di solidarietà per 3.900 uscite volontarie cha hanno interessato personale più anziano all’interno dell’intero gruppo Intesa.

Molto diverse le soluzioni anche per quanto riguarda la sistemazione dei rapporti con gli investitori danneggiati. Il "pacchetto" MPS ha protetto dal burden sharing i portatori di subordinati Tier 2 2008 (riconoscimento postumo dell’affare azzardato proposto alla clientela); gli azionisti e i detentori di altri strumenti Tier 1 e Tier 2 hanno subito la conversione in azioni con forte diluizione e conseguente perdita del valore dell’investimento, anche se meno forte di quella che si sarebbe ottenuta valutando le azioni ai multipli di borsa del momento (come emerge da questa mia analisi). Gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati delle Venete sono invece rimasti esposti verso le banche in liquidazione, ultimi di una lunga coda di creditori tra cui il gruppo Intesa (per il finanziamento dello sbilancio di cessione) e il MEF (per i contributi erogati a Intesa). I soli detentori di subordinati hanno beneficiato del ristoro fino all'80% da parte del Fondo di solidarietà (da non confondere con quello per gli esuberi di personale) presso il Fondo interbancario di tutela dei depositi. Tale ristoro a carico del sistema bancario è reso in due forme, una forfetaria che applica criteri di esclusione dei soggetti con redditi e patrimonio mobiliare sopra determinate soglie, e un’altra aperta anche agli investitori di maggior peso, affidata ad arbitrati presso l’Autorità nazionale anticorruzione. Si tratta dello stesso rimedio originariamente concepito dal governo Renzi per venire incontro ai "subisti" delle quattro banche poste in risoluzione nel novembre 2015.

In tutti i casi menzionati le associazioni degli investitori coinvolti si sono dichiarate insoddisfatte e hanno fatto pressione per un indennizzo più esteso e accessibile. Tanto il governo precedente quanto quello in carica hanno dato ascolto (specialmente il secondo). Nella legge di bilancio 2109, art. 1(493-507), è istituito un fondo indennizzo risparmiatori (FIR) direttamente gestito dal MEF che è però limitato ai titoli delle banche poste in liquidazione (con l’esclusione pertanto di MPS, che peraltro non è stata liquidata ed è quindi concretamente esposta, a differenza delle altre, alle azioni risarcitorie promosse dai soci). La grossa novità del FIR è l’apertura degli indennizzi agli azionisti. Il Governo promette di risarcire una quota del prezzo di acquisto (30% delle azioni e 95% delle obbligazioni subordinate) fino a un massimo di 100 mila euro a persona, con pochissimi filtri. L’attuale maggioranza di Governo, in particolare la componente M5S, giustifica il ristoro generalizzato previsto nel FIR sul presupposto delle "violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza" commesse negli anni precedenti il dissesto, che la Commissione d’inchiesta sulle banche avrebbe accertato al crepuscolo della precedente Legislatura.

Le misure di ristoro attuate o decise finora, per quanto contestabili sul piano del diritto e discriminatorie nel trattamento delle diverse banche e classi di investitori, hanno creato un precedente. Possiamo perciò immaginare che anche nel caso di Carige ci saranno forti pressioni a fare la stessa cosa con riferimento alla raccolta di capitali tra i piccoli azionisti dal 2014 in avanti.

Comunque, il coinvolgimento di investitori ignari nella colletta per ricapitalizzare banche malate è un male (con annesso rimedio) non soltanto italiano, vedi caso Bankia. Non lo dico per giustificare qualcuno, ma soltanto per ricordare che una banca a rischio di sopravvivenza si aggrappa alle ciambelle di salvataggio a portata di mano e trascina in gurgite vasto altri nuotatori (non rari nantes, purtroppo). E le Autorità, se non hanno un salvagente alternativo da lanciare, affrontano il dilemma tra bloccare quei tentativi disperati e lasciar fallire le banche. Quanto è fondata la tesi pentastellata di "truffa di Stato" ai danni dei risparmiatori? Per me è una tesi strumentale retta da una lettura parziale dei fatti. Per un primo approfondimento vi rimando a questo post. È probabile che gli assertori della "truffa di Stato" cambieranno opinione quando saranno attaccati per la spesa miliardaria di questi interventi a maglie larghe che beneficeranno anche (e forse per la maggior parte) investitori tutt’altro che deboli e sprovveduti.

La soluzione della crisi Carige: questa volta sarà diverso?

Il DL 1/2019 mette in campo gli stessi rimedi visti all’opera nei tre casi appena riassunti. Quali saranno utilizzati nella banca genovese? Come si possono concatenare le scelte prese ad ogni passaggio con i percorsi praticabili da lì in avanti? Quali porte si apriranno, quali si chiuderanno per sempre?

Ammanco di capitale e perdite su crediti deteriorati

Cominciamo dallo status quo ante. Veniamo da una fase interlocutoria nella quale era sul tavolo l’opzione di ricapitalizzazione sul mercato da 400 milioni per soddisfare un requisito di capitale fissato dalla Vigilanza per il 2018. Per rispettare prontamente quei requisiti in un mercato che non consentiva di piazzare strumenti di capitale col marchio Carige, la banca ha ottenuto un prestito subordinato di 320 milioni di euro dallo Schema volontario del Fitd. Si tratta di un intervento preventivo appositamente concepito per non far scattare le condizioni di "dissesto e rischio di dissesto" ai sensi della BRRD. Se invece il Fitd avesse agito come sistema obbligatorio di garanzia dei depositi, avrebbe dato un "sostegno finanziario pubblico straordinario" che avrebbe innescato la risoluzione.

Secondo le dichiarazioni rese negli ultimi giorni dai vertici della banca, la strada dell’aumento di capitale sul mercato azionario non soltanto resta aperta, ma rimane tuttora l’opzione preferita nonché la più probabile. Il Fitd avrebbe soltanto tamponato il gap di capitale. Il programmato collocamento di azioni per 400 milioni servirebbe a rimborsare il Fitd con un apporto permanente. Il socio di maggioranza relativa Malacalza, dopo aver vanificato il primo tentativo di far deliberare l’assemblea del 22 dicembre scorso in tal senso, non ha poi escluso di aderire a tale aumento di capitale. La pensano diversamente altri soci di riferimento, come Mincione, i quali hanno ammesso apertamente di considerare perduto il loro attuale investimento in Carige.

Ma andiamo oltre le dichiarazioni e facciamo parlare i fatti. Col DL 1/2019 (qui il testo con le relazioni illustrativa e tecnica) il Governo ha concesso garanzie statali su nuove emissioni obbligazionarie fino a 3 miliardi di euro , garanzie su linee di liquidità della Banca d’Italia e un possibili apporto a titolo di ricapitalizzazione precauzionale per un miliardo. La bozza di decreto che circolava reca una data di novembre. A meno di refusi, deduciamo che già allora il Governo fosse a conoscenza di problemi di liquidità in Carige. La banca aveva infatti rilevato nel rendiconto al 30 settembre 2018 (pag. 73) un calo della raccolta institutional/wholesale del 10,7% nei primi nove mesi del 2018. La raccolta retail era calata soltanto dell'1,7% per la riduzione della componente obbligazioni e depositi a tempo, con ricomposizione verso i conti correnti. Il deflusso si è probabilmente ingrossato nelle settimane successive. Così paventava un retroscena di Gianluca Paolucci sulla Stampa uscito poco dopo la pubblicazione del DL. Nei giorni seguenti gli stessi vertici Carige hanno dichiarato di voler sollecitamente emettere nuovi bond con garanzia pubblica per consolidare la raccolta. Pare perciò confermato che la parte dell’intervento finalizzata al sostegno della liquidità sia stata inserita nel decreto per essere prontamente attuata, previo espletamento dei passaggi previsti dalla normativa.

Per quanto riguarda il rafforzamento del patrimonio, la banca è in attesa di conoscere dalla Bce il requisito di capitale SREP 2019. Nei commenti della stampa immediatamente successivi all’emanazione del DL 1/2019 si è fatto riferimento a un esercizio di stress test svolto nella seconda metà del 2018 dalla Banca d’Italia dal quale emergerebbe un ammanco di capitale significativo nello scenario avverso (la ricapitalizzazione precauzionale è appositamente pensata per colmare quel tipo di fabbisogno "potenziale"). Queste voci sarebbero smentite dagli esponenti della banca, secondo i quali il nuovo requisito SREP non crea pressioni aggiuntive: resterebbe infatti valido il fabbisogno stimato nel capital conservation plan 2018, ovvero 400 milioni di CET1; 320 sono già stati "anticipati dal Fitd", ne servono altri 80 (così riportava Massaro sul Corriere il 13 gennaio).

Se le cose stanno come dicono i commissari, la soluzione è a portata di mano, basta trovare investitori privati disposti a conferire una somma tra 80 e 400 milioni, regolandosi per la differenza con il Fitd, che parteciperebbe all’aumento in compensazione col rimborso del bond. Se invece le indiscrezioni sul probabile aumento del requisito 2019 fossero fondate, gli azionisti privati non avrebbero convenienza ad aderire a un aumento di capitale paventando una successiva operazione di importo ben più elevato. In quel caso l’ingresso dello Stato comporterebbe una diluizione obbligata per la regola del burden sharing, come è accaduto nel caso MPS.

L’ammanco da stress test sarebbe prodotto in particolare dalle inadempienze probabili in carico alla banca: negli scenari avversi i modelli che simulano l’impatto degli stress fanno passare maggiori quote di Utp a sofferenza, e perciò rilevano maggiori svalutazioni. Per eliminare questa vulnerabilità, si era ventilata la cessione di crediti deteriorati alla Sga a valori più elevati rispetto a quanto offrirebbero investitori di mercato. Si avrebbero così perdite da cessione più basse e un minor impatto sul patrimonio disponibile. La cessione a Sga, secondo alcuni retroscena come questo di Alessandro Barbera sulla Stampa, avrebbe dovuto far parte subito del pacchetto di interventi: come mossa preparatoria, la legge di bilancio 2019 prevede infatti all’art. 18(35) di ridestinare fondi verso la capitalizzazione di società partecipate dal MEF. Al momento la banca dichiara di esplorare tutte le opzioni offerte dal mercato (non solo Sga), con l’obiettivo di alienare 1,5 miliardi di NPL lordi sullo stock di 2,5 miliardi e ridurre così l’NPL ratio sotto il 10%.

Prendiamo spunto dalle congetture sul prossimo Srep per riflettere sulle cause delle carenze di capitale e sulle condizioni di efficacia congiunta dei relativi rimedi: la banca deve tassativamente raccogliere capitale per assorbire le perdite rilevate in bilancio. Tuttavia, finché rimane nell’attivo un’alta quota di Npl esposta a rischio di degrado, la Bce le impone di dotarsi di un buffer aggiuntivo per far fronte alle perdite potenziali simulate dallo stress test. Il rimedio ultimo è portare gli Npl fuori dal bilancio della banca, ma questo può far emergere perdite contabili superiori a quelle simulate, e in quel caso l’ammanco di capitale peggiora. Gli attuali vertici confidano di poter realizzare una cessione di Npl che sia neutrale rispetto al CET 1 ratio (ovvero le perdite emergenti dovrebbero essere accompagnate da una riduzione degli attivi ponderati per il rischio che riduca proporzionalmente il requisito di capitale). Ciò sarebbe consentito dal fatto di aver già svalutato a sufficienza le esposizioni lorde (il coverage ratio a settembre 2018 era sopra la media di sistema).

A prescindere dagli stress test, gli Npl tenuti in casa tenderanno a pesare di più sul reddito per effetto del calendar provisioning che la Bce ha adottato come linea guida nel suo discusso addendum del marzo 2018. Per tale meccanismo, la stagionatura dei crediti deteriorati produce perdite spalmate nel tempo a prescindere dalle specifiche prospettive di recupero. In questo modo la banca, se ha ragione, si trova a realizzare delle plusvalenze a lungo termine, ma dopo aver sofferto un depauperamento del conto economico e del capitale. Si ha sentore di pressioni in questo senso dal comunicato di MPS sulla bozza di requisito Srep 2019 (qui il commento di Andrea Greco su Repubblica).

In conclusione: si possono avere visioni diverse sul valore degli Npl di Carige, è però altamente probabile che una loro quota consistente sarà portata fuori dall’attivo con una cessione.

Torna l’idea della bad bank pubblica?

Il ventilato intervento della Sga sarebbe una riproposizione dell’idea di bad bank o asset management company (AMC) pubblica o di sistema. Tali entità servono ad assorbire gli Npl senza far cadere la banca in dissesto, assumendo il compito di amministrarli e soprattutto il rischio estremo di un crollo dei tassi di recuperio rispetto alle attese. Non è un’idea nuova, e in Italia la si era accantonata nel 2013 per una serie di motivi. Per ottenere un effetto simile lo Stato ha offerto le garanzie Gacs su cartolarizzazioni di sofferenze, che consentono alla banca di trattenere una tranche senior a ponderazione zero a fini di vigilanza. Anche qui il rischio di recuperi inferiori alle attese va allo Stato in cambio di una commissione di garanzia legata al costo dei credit default swap su debito sovrano e societario italiano.

La soluzione bad bank è più lineare delle Gacs, ma comporta un impegno di cassa immediato, quindi un maggior impatto sul debito pubblico. Penso sia questo il principale motivo per cui il Governo in carica, impegnato dalla promessa di "non dare più un euro alle banche", l’abbia respinta nella discussione che ha preceduto l’emanazione del DL 1/2019.

Una Amc pubblica va peraltro incontro ad altri ostacoli ed effetti indesiderati: la Commissione europea nel blueprint in materia del marzo 2018 ha stabilito che gli interventi delle AMC a prezzi superiori al mercato configura aiuto di stato e pertanto sono soggetti ad autorizzazione della Commissione e fanno scattare il burden sharing sugli strumenti di capitale della banca beneficiaria. E se l’intervento incorpora un forte elemento di aiuto, c’è poi il rischio di favorire le banche che lo ottengono rispetto alle altre, con chiare implicazioni di tutela della concorrenza.

L’altro punto critico è legato alla capacità di un entità pubblica come la Sga di lavorare meglio (in termini di costi e di impatto sociale sui debitori) degli operatori di mercato che trattano Npl (servicer, banche dedicate e fondi chiusi). Molti commentatori negano che lo Stato possa far meglio dei privati, specie ora che il mercato degli Npl è diventato più grande e concorrenziale. Soltanto coi fatti si può dimostrare il contrario, come pare sia dimostrato dalla gestione Sga delle sofferenze del Banco di Napoli (non abbiamo ancora elementi per apprezzare le performance della Sga come gestore dei crediti deteriorati per conto delle banche venete in liquidazione).

Carige potrebbe segnare un cambiamento nella strategia di alleggerimento degli attivi bancari attraverso una Sga rafforzata. Un tale progetto ha davanti a sé ostacoli formidabili, a cominciare dal costo per le casse dello Stato e dall’opposizione non soltanto dell’Europa, ma anche dei partiti al Governo. Penso tuttavia che la questione non sia chiusa. Forse avremo materiale per tornarci sopra nelle prossime settimane.

Il piano industriale di Carige gruppo autonomo

Dai commenti raccolti nell’ultima settimana da esponenti delle associazioni d’impresa liguri e dal governo regionale sembrerebbe che sia ancora aperta l’opzione (a loro più gradita) di una Carige che si rafforza e prosegue il cammino sulle proprie gambe. Un simile piano ha bisogno di molto capitale. Occorre però procurarselo, quel capitale. Per ottenerlo da investitori privati la banca deve promettere un rendimento adeguato, e prima ancora deve fugare ogni dubbio sulla sua capacità di coprire i requisiti di vigilanza futuri attraverso il reddito prodotto e destinato a riserva di capitale. Se la banca è incapace di autorafforzarsi, deve andare sul mercato e in tal caso i soci esistenti rischiano la diluizione.

La Carige di oggi non è in condizione di fare simili buone promesse. Soffre da anni di capitale scarso e governance instabile. Ha effettuato ripetuti aumenti di capitale (800 milioni di euro nel 2014, 850 milioni nel 2015, 560 milioni nel 2017). Ha dimezzato in cinque anni il suo attivo da 50 a meno di 25 miliardi di euro. Tra la clientela affidata pesano di più le imprese in difficoltà finanziarie che hanno trovato sostegno fino al 2013 e che ovviamente non sono potute andare altrove, ingrossando gli impieghi in bonis ad alto rischio e gli Npl. Il margine di intermediazione si è ridotto, ma non le spese per il personale e amministrative che incidono sul primo con un cost/income ratio superiore al 90%. Una redditività corrente così sottile lascia scoperto il costo del rischio. Come si può ottenere in queste condizioni una redditività netta capace di alimentare il patrimonio?

Può darsi che abbia ancora senso un progetto di Carige autonoma. Deve però affrontare fortissimi venti contrari:

  • i fautori di quel progetto non hanno la possibilità o la convenienza di sopportarne il costo iniziale;

  • il progetto va contro gli indirizzi strategici delle Autorità europee che devono dare l’OK al piano industriale e all’uso delle risorse pubbliche nel caso queste fossero necessarie; nel comunicato sul salvataggio delle banche venete la commissaria Vestager plaudeva al consolidamento del settore bancario italiano che ne sarebbe conseguito e ritengo che la posizione sarebbe la stessa in questo caso;

  • non si può contare sulla generazione di margini mediante il taglio drastico dei costi operativi; i sindacati hanno escluso ulteriori sacrifici per il personale dopo quelli accettati finora.

Per tutti questi motivi il risanamento autonomo, in continuità rispetto all’oggi, è una strada in salita. Anzi, la carovana verso l’Ovest non può nemmeno partire perché i rifornimenti sono bloccati e nell’accampamento non c’è accordo su come farli arrivare, su chi parte e chi resta. Ma al di là delle supposizioni, non è questa la strada alla quale stanno lavorando oggi in Carige.

La ricerca di un partner per un’aggregazione

Come prima ricordato, il piano A dichiarato dai commissari ha come scopo immediato la raccolta di capitale azionario per un importo fino a 400 milioni. Questo passaggio sarebbe accompagnato dalla cessione di crediti deteriorati a condizioni di impatto neutrale sul CET1 ratio. Si parla però anche della ricerca di un partner interessato all’acquisizione della banca: il mandato conferito a UBS prevede, a quanto riferito dall’ANSA e citato qui, la cessione di Carige con due formule; quella preferita è il trasferimento integrale della banca per la quale UBS otterrebbe una fee di 5 milioni; in subordine è trattabile la cessione delle sole attività sane (good bank) e in questo caso alla banca svizzera andrebbero 3 milioni.

Rovesciando i tre impedimenti a una soluzione autonoma elencati prima, otteniamo (in ordine modificato) i tre vantaggi di un’aggregazione:

  • è l’opzione caldeggiata da Commissione europea e Bce, e consente quindi di sbloccare (qualora necessari) gli aiuti pubblici necessari a risanare e rilanciare la banca, in particolare la ricapitalizzazione precauzionale che anticiperebbe o accompagnerebbe l’ingresso del nuovo partner;

  • in assenza di alternative, gli attori locali la accetterebbero per assicurare la continuità operativa della banca sul territorio, anche se con un marchio modificato;

  • determina esuberi inevitabili di personale e di sportelli, ma al tempo stesso è un passaggio che più facilmente può ricevere sostegno pubblico straordinario per esodi anticipati o riqualificazione del personale, come è accaduto nel caso delle banche venete; con questo viatico, può essere accettata dalle rappresentanze sindacali.

Stando a quanto dichiarato dall’ex AD e attuale commissario Innocenzi, l’assorbimento in un grande gruppo bancario andrebbe a liberare risorse patrimoniali fino a due miliardi di euro grazie a tre ricadute positive: per l’estensione agli attivi Carige dell’approccio basato sui rating interni (IRB) ai fini del calcolo dei requisiti patrimoniali (500 milioni); per il recupero di attività fiscali differite (DTA) che oggi non superano il probability test di deducibilità futura per la scarsa redditività della banca (1 miliardo); per la riduzione della maggiorazione discrezionale del CET1 ratio che fa salire il requisito Srep (fino a 500 milioni), come riportava il già citato Massaro.

Non sono altrettanto evidenti i vantaggi di natura strategica che uno specifico incorporante riuscirebbe a ottenere (il più ovvio è la non sovrapposizione delle reti territoriali).

Prendo atto dell’intendimento dichiarato di procedere verso una soluzione di mercato. Non posso però ignorare il fatto che sono rese da una banca commissariata che potrà accedere a diverse forme di sostegno pubblico e ha dichiarato di volersi avvalere sicuramente della prima (garanzie su bond). Allo stesso tempo, nel momento in cui tra le ipotesi di cessione si considera quella limitata alla sola good bank, vuol dire che si considera l’eventualità di isolare una bad bank che deve trovare una sistemazione. Dubito fortemente che sarebbe accettata una soluzione che faccia nascere dal deal una bad bank da mettere in liquidazione, visti gli esiti problematici di questa soluzione per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Pertanto, l’eventuale cessione sarà probabilmente preceduta o accompagnata da una cessione di Npl, nei vari modi prima considerati.

L’ipotesi di ricapitalizzazione precauzionale

L’ingresso dello Stato nel capitale di Carige è un’ipotesi che ufficialmente non è sul tavolo degli amministratori temporanei, i quali l’hanno definita "residuale". E non potrebbe essere altrimenti, perché considerarla metterebbe ipso facto fuori gioco la ricerca di capitali privati, che sarebbero immediatamente diluiti dal successivo apporto di capitale pubblico sotto la condizione di burden sharing. Inoltre, come nel caso di Mps, per adire a questo strumento occorre dimostrare alle Autorità europee che non sono percorribili soluzioni di mercato, da cui consegue la necessità di tentarne prima l’utilizzo. Ed è quello che si sta facendo. Non chiedetemi di anticipare l’esito di questa verifica perché rischierei di sbagliare e non voglio mettermi nei guai. Mi limito a tratteggiare lo scenario del tutto ipotetico che si aprirebbe nel caso in in cui Carige avesse necessità di fare appello allo Stato.

Ricordo in proposito il caso delle banche venete che non hanno potuto accedere alla ricapitalizzazione ex DL 237/2016 perché la Bce poneva come precondizione l’immissione di risorse private, che non si è riusciti a raccogliere, da aggiungere a quelle spese dal Fondo Atlante. Uno scenario ben diverso da quello attuale di Carige, nel quale si sta ancora cercando capitale privato per non dover ricorrere allo Stato, e non l’inverso. La situazione presente è più simile a quella di MPS nel dicembre 2016. In quel caso l’inefficace aumento di capitale ha fatto cambiare rotta verso la precap. Qui l’iter potrebbe, anzi, dovrebbe essere diverso. Se l’eventualità di un apporto pubblico rischia di tenere lontani i capitali privati c’è il rischio di un blocco incrociato: la Bce e/o la Commissione potrebbero dire di no nel caso in cui la sistemazione degli Npl e i nuovi requisiti Srep portassero a un’esigenza di capitale non limitata all’ammanco da stress test, quindi fuori dalla casistica ammessa per la precap.

Forse le regole e il discernimento nell’interpretarle lasciano aperta una via intermedia, nella quale l’apporto di un partner privato (il gruppo candidato al ruolo di aggregante) è progettato in maniera combinata con la sottoscrizione da parte dello Stato. La banca oggi parte da una condizione di rispetto dei ratio patrimoniali obbligatori. La dotazione di capitale consentirebbe di assorbire perdite una tantum preliminari all’intervento di ricapitalizzazione, rispettando così l’altra condizione di non usare soldi pubblici per coprire perdite rilevate o probabili. Le tecnicalità della ricapitalizzazione precauzionale sono piuttosto sofisticate e non prive di elementi discrezionali con riferimento alla valutazione delle azioni vecchie e nuove ai fini del burden sharing (rinvio ancora al mio articolo su MPS di un anno fa). Ciò darebbe modo di calibrare l’effetto di diluizione dei vecchi soci e le quote di partecipazione dello Stato e del partner. La presenza nell’affare di quest’ultimo costituirebbe la principale innovazione rispetto al caso MPS. Avrebbe l’importante funzione di preimpostare una way out dell’intervento statale, che potrebbe essere ulteriormente attestata da accordi in ordine alla cessione a termine della quota pubblica.

Non scendo in ulteriori dettagli perché è prematuro e il discorso diventerebbe inutilmente complicato senza una base di appoggio normativa, dato che nulla è stato ancora deciso. Accenno soltanto a un possibile impedimento: l’effetto di aiuto di Stato che l’operazione potrebbe avere a vantaggio del soggetto aggregante. Eventuali sussidi potrebbero essere erogati al di fuori della precap (sulla cessione di Npl o sugli esodi del personale) oppure nei meccanismi della stessa che impattano sulle quote di partecipazione post-aumento. Sicuramente i pretendenti sarebbero in posizione contrattuale forte nei confronti degli attuali soci e dello Stato che dovrebbe provvedere alla dote per le nozze. Cercherebbero sicuramente di trasferire sullo Stato le diseconomie iniziali del risanamento in modo che siano a carico del contribuente e non dei loro margini futuri. Se questo fosse palese, esponenti del Governo non mancherebbero di ostacolare l’operazione.

Resterebbe inoltre aperta la questione dell’eventuale ristoro degli investitori in titoli Carige dalle conseguenze dell’eventuale burden sharing. Per fortuna, non ci sono più obbligazioni subordinate collocate tra il pubblico. Come Mps Carige è quotata in Borsa, e come nella banca senese i suoi piccoli azionisti non dovrebbero ricevere forme di indennizzo. Tuttavia il governo in carica ha già infranto il tabu del risarcimento delle perdite su capitale di rischio con il nuovo fondo FIR gestito dal Mef. Gli azionisti MPS sono fuori da quei benefici, ma l’appoggio alle loro pretese da parte dei soci di Carige e di altre banche (pensiamo alle popolari non quotate che hanno in circolazione titoli svalutati di fatto invendibili) potrebbe indurre il governo ad allargare il perimetro, con un costo che a quel punto andrebbe fuori controllo.

La nazionalizzazione

C’è poi un altro esito possibile: quello della nazionalizzazione permanente di Carige. Il vice-premier Di Maio ha auspicato, o profetizzato, che nel caso in cui lo Stato mettesse soldi nella banca genovese questa diventerà dello Stato, che ne farà la costola da cui plasmare la banca pubblica per gli investimenti e il risparmio di cui parla il contratto di governo Lega-5 stelle. Potrei scriverci un pezzo di colore ma non sarebbe gustoso come quello scritto da Mario Seminerio il 14 gennaio. Mi limito a considerare i freddi numeri: i fautori della nazionalizzazione sottovalutano il conto da pagare per ricapitalizzare e riorganizzare Carige, dopo averla ripulita, in modo da farne la paladina dei segmenti di clientela oggi trascurati o maltrattati dalle banche private.

Nel fascicolo nazionalizzazione vado a rubricare anche l’ipotesi di incorporazione in Mps, a cui lo stesso contratto di governo attribuiva una funzione analoga in questi termini: "lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio". Missione impossibile, nell’attuale quadro di finanza pubblica. Le regole della Brrd sulla ricapitalizzazione precauzionale prevedono inoltre che la presenza dello Stato nel capitale sia temporanea. Quanto all’aggregazione in Mps, c’è il vincolo del piano di ristrutturazione approvato dalla Commissione e dalla Bce, nel quale si escludono acquisizioni.

Penso che i motivi elencati siano sufficienti per archiviare l’ipotesi di nazionalizzazione, a meno di sconvolgimenti che però sono stati espunti dal contratto di governo.

Risoluzione di Carige, perché no

Ho detto all’inizio che le polemiche non mi interessano, ma per dovere di cronaca devo registrare un’altra querelle che si è riaperta accanto a quella nuova sul voltafaccia dei partiti di maggioranza in materia di salvataggi bancari. Alludo alla critica delle forme di sostegno pubblico intese a eludere la risoluzione e il bail-in previsto dalla direttiva europea sulle crisi. Vi riporto un tweet emblematico di Riccardo Puglisi, economista dell’Università di Pavia:

Essendomi sempre dichiarato contrario al bail-in indiscriminato, senza alcuna vergogna, mi sento in dovere di dire qualcosa sui motivi pratici per i quali la risoluzione di Banca Carige non ci sarà, a meno di catastrofi imprevedibili. Non mi soffermo qui sul fatto che ciò sia giusto o sbagliato, e rinvio alle considerazioni più filosofiche del mio post scritto per le banche venete.

Primo: questa maggioranza ha criticato duramente il "sistema del bail-in" nel ricordato contratto di governo, nel quale si prevede una revisione radicale delle relative disposizioni (non specificando come sovrascrivere la normativa UE). Uno può dire: e chissenefrega, il bail-in è previsto (per l’appunto) da una direttiva recepita nella nostra legislazione. Verissimo, ma quella normativa contiene delle vie di uscita dal meccanismo implacabile della risoluzione che non a caso sono tutte finite nel DL 1/2019 come già nel DL 237/2016. La Commissione europea e la Bce le hanno già autorizzate nel caso della garanzia su bond (Mps e Venete) e della ricapitalizzazione precauzionale (Mps). L’Europa ha consentito la liquidazione ordinata delle Venete in alternativa alla risoluzione: l’Srb ha attribuito loro loro rilevanza non sistemica, esentandole dalla risoluzione, la Commissione ha invece ravvisato il rischio di perturbazioni nell’economia regionale, autorizzando gli aiuti. Il no per principio del governo Conte è l’erede del no pratico del governo Gentiloni, dopo la tumultuosa esperienza della risoluzione (perché tale fu) delle quattro banche subita dal governo Renzi. La normativa vigente, che non è stata emendata nel recente banking package, lascia aperte le vie di fuga dalla risoluzione. C’è da meravigliarsi che il governo le abbia nuovamente imboccate?

Secondo: Carige aveva già sfruttato la ricapitalizzazione mediante conversione volontaria di obbligazioni subordinate in un mix di azioni e titoli senior nell’aumento di capitale del 2017 (il liability management qui spiegato da Marco Ferrando). Questo aveva molto ridotto la massa di subordinati aggredibili dal burden sharing. Poco prima dell’emanazione del decreto, è stata completata la pulizia di fino col rimborso dell’ultimo subordinato diffuso tra il pubblico in scadenza il 29 dicembre 2018. Carlotta Scozzari su Business Insider ha arguito che il timing del decreto sia stato volutamente posposto al rimborso dell’ultimo subordinato, tesi confermata dalla riposta di Claudio Borghi a Gaia Tortora su La7. Il deputato e responsabile economico della Lega portava la suddetta pulizia come prova della diversità dell’intervento su Carige rispetto a quello per le banche venete, che al contrario ha previsto la sospensione con decreto del 16 giugno 2017 del rimborso di un bond subordinato di Veneto Banca (per non parlare del burden sharing che ha azzerato i subordinati delle quattro banche). L’unico subordinato che rimane è quello sottoscritto dal Fitd, che con la risoluzione potrebbe essere convertito in capitale (lo sottolinea la relazione illustrativa del DL 1/2019). Ma perché ottenere con le cattive quello che si può concordare con le buone? I subordinati del Fitd sono spendibili per sottoscrivere entro giugno 2019 l’aumento di capitale Carige da 400 milioni ai sensi del regolamento di quel prestito e in ogni caso il Fitd ascolterebbe proposte alternative essendo anche l’assicuratore dei depositi fino a 100.000 euro.

Terzo: Il bail-in può interessare anche le obbligazioni senior e i depositi non assicurati dal Fitd. Questi ultimi beneficiano dal 1° gennaio 2019 della depositor preference, ovvero sono senior rispetto alle obbligazioni in caso di riduzione o conversione per dissesto. Bene, l’importo delle obbligazioni senior unsecured è relativamente contenuto (circa 900 milioni dichiarati dalla banca al 30 settembre 2018), mentre è più consistente la massa di covered bond e titoli associati a cartolarizzazioni, entrambi esclusi dal bail-in. Un’eventuale risoluzione andrebbe quindi a colpire nella misura del fabbisogno di ricapitalizzazione, una volta azzerato il capitale proprio, una comunità di investitori ristretta comprendente clientela retail. Toccherebbe loro una sorte sciagurata rispetto ai detentori di subordinati che sono stati cortesemente accompagnati all’uscita prima di entrare in azione. Sarebbe assurda e politicamente indifendibile una discriminazione di questo tipo ai danni dei senior, sebbene in quella comunità sia presente un nucleo di investitori "opportunistici" che hanno scommesso sul salvataggio di Carige. Ma volete che anche solo dieci giusti investitori retail muoiano per la distruzione della città insieme con i gambler (che peraltro hanno fatto una scommessa legittima)?

Quarto: con la struttura del passivo che la banca espone oggi c’è poco da bail-inare. Ma qualcuno può replicarmi: appena la banca si avvarrà della garanzia statale per nuove emissioni di bond la massa aggredibile aumenterà fino a tre miliardi; infatti, i bond con garanzia "personale" dallo Stato possono essere convertiti o ridotti in caso di risoluzione, non sono assimilati ai covered bond che hanno come collaterale gli attivi della banca. E coloro che li hanno comprati possono rivalersi sullo Stato che ha garantito i bond. Di conseguenza, per 100 euro di obbligazioni bail-inate, circa 75 euro ce li rimette lo Stato. Alla faccia della protezione del contribuente. Che altro c’è? Ah, i depositi di importo sopra i 100.000 euro. Molti di quelli sono già stati dirottati altrove. Immaginate che cosa accadrebbe se fosse ventilata l’ipotesi di bail-in. Sì, le recenti modifiche alla Brrd consentono il moratorium tool cioè la sospensione del rimborso delle passività della banca per massimo due giorni anche prima della messa in risoluzione. Ma qui siamo chiaramente fuori tempo massimo per chiudere la stalla (absit iniuria).

Consentitemi pertanto di concludere con un appello ai fan della risoluzione con bail-in del debito subordinato e senior: smettetela di sollecitare la sua applicazione a Carige, non servirebbe a nessuno degli scopi per il quale hanno detto di averla pensata. Se poi volete discutiamo del passato e del futuro del bail-in in Europa e nel mondo, ma è meglio farlo un’altra volta.

Un problema che va oltre Carige

Sistemare le banche italiane con problemi di capitale e di redditività è un compito difficile. Carige è l’emersione di un problema più vasto. Un business bancario tradizionale in Italia, anche alleggerito dai cattivi prestiti, non è un investimento appetibile: genera alti rischi di credito, ha margini risicati, assorbe molto capitale, rischia di essere spiazzato dall’innovazione digitale. Se queste zavorre strutturali non bastassero, si aggiungono fattori ciclici (per modo di dire) non meno pesanti come i bassi tassi di interesse, la crescita dello spread e il temuto avvitamento tra rischio bancario e sovrano. Si tratta di un problema più generale che nelle banche in crisi emerge in forma conclamata. Ma non lo si può affrontare un pezzo alla volta, tamponando le emergenze di volta in volta e chiedendo soltanto elasticità (pur necessaria) nell’applicare le regole.

Il sintomo più allarmante di questo disagio è il peggioramento della valutazione di Borsa della banche italiane e l’aumento dello spread pagato sulle obbligazioni, tanto sulle senior unsecured che costituiscono l’ossatura della raccolta a medio-lungo termine, sia sulle nuove senior unpreferred che alimentano il cuscinetto Mrel richiesto per rendere "risolvibili" i gruppi bancari. La normativa europea non è cambiata nell’ultima revisione del banking package: i requisiti Mrel per i gruppi significativi saranno calibrati su un multiplo del requisito di capitale complessivo in modo da rispettare l’obiettivo di una massa aggredibile dal bail-in almeno pari all'8% del totale di bilancio non ponderato per il rischio (che corrisponde mediamente al 25% delle attività ponderate prese a riferimento nel calcolo dei requisiti patrimoniali). Per il resto del sistema i criteri non sono ancora ben definiti, e alla fine saranno le Autorità di risoluzione nazionali di concerto con le linee guida della Brrd, dell’Eba e dell’Srb a definirle caso per caso.

Se volete una rappresentazione franca dei problemi di funding e di liquidità delle banche italiane per effetto dello spread sopra 250 punti base con quel che ne consegue, ascoltate Mario Seminerio nell’ultima parte di questo dialogo con Michele Boldrin sul tema Carige.

Se le banche italiane non recuperano un accesso non penalizzante al mercato dei capitali, i requisiti Mrel (oltre a quelli nuovi di Basilea III, come l’Nsfr sull’equilibrio di scadenze) saranno un nuovo terreno di scontro con i regolatori europei in quanto fattori scatenanti di crisi per mancato rispetto dei target di vigilanza. Il sistema bancario non può da solo risolvere il problema. Ha perciò l’obbligo di richiamare in tutti i modi il governo perché ne colga la gravità e si preoccupi del fall-out radioattivo delle sue promesse elettorali. Il dossier Carige deve essere affrontato e risolto in dialogo con l’Europa. Abbiamo maggiori chance di riuscire a farlo se lo impostiamo come il passaggio di un piano di rafforzamento dell’intero settore bancario. Con Carige, i focolai di crisi più gravi saranno quasi tutti affrontati (ma stiamo vedendo quanto è complicato chiuderli). Rischiamo però una malattia cronica dell’intero sistema, bloccato in un modello di intermediazione superato e soffocato in mercati che si prosciugano, come quello della raccolta a termine da clientela, o che sprofondano per debolezze insanabili, come quello del credito alle piccole imprese.

Mi limito a lanciare il sasso, e chiudo con un passaggio del rapporto degli Stati generali del credito citato all’inizio:

C’è però una condizione da realizzare qualunque sia lo scenario esterno: l’Italia deve intraprendere un progetto coraggioso di ammodernamento delle competenze, dei modelli operativi e dell’infrastruttura legale e istituzionale a supporto del finanziamento del sistema produttivo. Questo è il compito al quale sono chiamate le istituzioni, le imprese e le banche italiane. Il primario interesse del Paese è ragione sufficiente per affrontare la sfida.

Il dialogo con l’Europa sui temi bancari deve essere impostato sulla scelta coraggiosa e credibile di fare ordine in casa propria. Sarebbe paradossale se arrivasse a farlo una maggioranza di governo che ha arruolato tra le sue file i fautori dell’uscita dall’euro e dall’Unione bancaria. Ma l’Italia è il paese dei paradossi e delle contrapposizioni come scelta di immagine. Dietro le luci della ribalta il buonsenso non è ancora scomparso. Speriamo che anche questa volta il Paese e le sue banche riescano a sfidare le leggi dell’aerodinamica, come uno sciame di calabroni. Vale la pena sopportare il fastidioso ronzio, se serve a restare in volo.

Sui titoli di coda: che c’entra il Sacripante con Carige

La nonna Carmela mi portava questa delizia al ritorno dalle sue vacanze invernali a Nervi. Dopo il fallimento del produttore nel 2014, il Sacripante è tornato. Un piccolo augurio alla banca di quelle stesse parti di continuare la tradizione anche cambiando assetto societario. Ma senza passare dal dissesto.