Viva Visco!

Ricevo e volentieri pubblico questa nota sulla travagliata riconferma di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia. L’ho ricevuta ieri sera da un mio amico di matita (come lo intendeva Charlie Brown) su Twitter. È scritta di getto, e di getto aggiungo la mia risposta.

«Da quel che si raccoglie qui, a Roma, ci hanno provato, la sua intuizione non era sbagliata affatto: qualcuno seriamente, qualcuno già molto soddisfatto di esser stato invitato al ballo e di poterlo raccontare ai nipotini : mi ricordo quella volta che potevo diventare Governatore. Altri, i più pericolosi, appartengono a quella schiatta di persone con tutte stelle nella vita. E che, come si dice a Roma, nun ce vojono 'sta. Ha voluto la bicicletta, Visco, adesso dimostri di saper pedalare. Questo sarà un mandato senza appelli, senza "i validi e giustificati motivi" che Lei ci ha ben elencato su pane-e-finanza. Più che una gara di corsa sarà un tiro al piccione. Le ribadisco la mia opinione per quanto vale. L’istituzione BdI, il Paese non si meritavano quello che ci aspettavamo: piccinerie da creature, Magistratura tirata per la giacchetta come al mercato di Papiniano, finissimo giureconsulto romano. Visco andava convinto e accompagnato. Invece chi ha condiviso e goduto di certe rilassate prudenze l’ha lasciato solo, a battersi come una bestia ferita, più per il suo orgoglio personale che per il paese. L’uomo ha dimostrato di avere quella scorza che non ha avuto il tecnico. Dal punto di vista di chi osserva il comportamento e i codici delle organizzazioni complesse è stato un pessimo spettacolo. Per quanto mi possa riguardare da semplice cittadino, da ieri Visco è il mio Governatore. Punto.»

(Vito Antonio Ayroldi)

Caro amico di matita, ho dovuto leggere più volte il suo testo, breve ma denso. Alla fine mi ha illuminato e ho deciso: precedenza assoluta. Pensi un po', ero al lavoro da due giorni su un lungo post del genere Man in black sui capri espiatori delle crisi bancarie. Lì avrei interpretato gli attacchi a Visco come una nemesi delle sanzioni amministrative e reputazionali che la Vigilanza per prima ha inflitto a tante persone ree soltanto di aver accettato l’invito a stare nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Metto ora da parte quel post sui capri espiatori. Con qualche giorno di lavoro in più voglio farlo diventare un’analisi seria dello scombinato disposto tra supervisione romano- e germano-centrica e giustizia civile e penale. Spero di farlo diventare qualcosa di meglio delle cronache che ci arrivano dalla Commissione d’inchiesta sulle banche. Per quanto riportate da ottimi giornalisti, ci trovo poco oltre a scampoli di atti giudiziari e ammissioni di "magistrati tirati per la giacchetta" (come dice lei).

Mi sono più chiare le cose da scrivere adesso. Premessa: penso che non freghi niente a nessuno della mia opinione sull’operato della Banca d’Italia. Le confesso: non me la sono preparata. Per me conta il giudizio sui fatti nella misura in cui aiuta a rispondere alla domanda «Che fare?». Nell’infinita querelle sui rimedi presi per tamponare la crisi delle Venete e di Mps mi sono ritrovato, in modo fortuito, dalla stessa parte della barricata con Visco e Padoan. Ho seguito dalla metà di giugno le proposte, il dibattito, gli interventi (qui la serie dei post). Dubito che gli illustri cobelligeranti si siano accorti della mia presenza. Forse altre voci hanno ripreso intenzionalmente le posizioni dei policy maker, per una precisa strategia comunicativa. La mia opinione si è aggiunta per caso, come sottoprodotto di ricerche in corso sulle crisi bancarie. Ho espresso diversi punti di vista, ma alla fine, quando si è trattato di concludere, non ho avuto esitazioni: no a diventare le cavie del test nucleare del bail-in, plauso alla tenacia con cui Governo e BdI sono approdati a soluzioni meno dirompenti.

Ma, dopo l’armistizio, la guerra continua. E la guerra, mannaggia la miseria, non è contro l’Europa in quanto tale, né contro i regolatori, le banche e gli editorialisti collusi. Il nemico è la massa di debito in eccesso che in Italia grava sulle spalle dello Stato, delle imprese e anche delle famiglie che non ne possono fare a meno. Sul teatro bellico principale scoppiano conflitti secondari per convogliare l’eventuale smottamento verso il cortile del vicino. Difficile che i creditori e i debitori decidano come farlo d’amore e d’accordo. Quando critichiamo la Bce come arcigno regolatore prudenziale, dobbiamo ricordare che è anche la banca centrale che ha rifinanziato le banche italiane per 250 miliardi di euro e ha comprato 300 miliardi dei nostri titoli di Stato (dati al 30 settembre 2017). Noi siamo i debitori, "loro" i creditori. Ci tengono d’occhio, ovviamente. Non sono più i tempi della diplomazia delle cannoniere (tra l’altro non siamo nemici, siamo partner). Fino ad ora il connubio debitori-creditori ha funzionato con successo, come il complesso dei Ricchi e poveri, ma ora si vuole cambiare repertorio, dopo un’ultima esibizione chiusa con Che sarà?.

È una partita interessantissima, e non è detto che si risolva con una débacle italiana. Il vero rischio è finire come Sansone che scuote le colonne del tempio filisteo. È meglio evitarlo, meglio per tutti. Ma occorre trovare il modo di mettere tutti d’accordo. Finora la trattativa è avvenuta in modo subdolo. Noi minimizziamo il problema. Loro fanno finta di darci retta, poi fanno mettere nel catalogo Ikea una linea di letti di Procuste e lanciano una gigantesca campagna di disinformacija per esaltarne le proprietà ortopediche, mobilitando schiere di ingegneri del riposo con PhD in Economics. Ecco la [ri]soluzione di tutti i vostri problemi di stabilità finanziaria: dispositivi di riduzione del debito che si attivano automaticamente quando i piedi (con rispetto parlando) sporgono fuori dalle coperte. Offerti in diversi modelli: alle banche con troppi Npl si propone il bail-in del debito non assicurato, agli Stati a rischio di default la tosatura dei titoli pubblici, alle banche con troppi titoli pubblici ambedue al prezzo di uno. Il tutto pilotato da Autorità "tecniche" (Bce, Esm, un istituendo Fondo monetario europeo), manovratrici non disturbate dai compromessi della politica comunitaria.

Questo è il quadro in cui ha agito la Banca d’Italia a far tempo dal 2013. Tra Scilla e Cariddi, come i mossos de esquadra della Generalitat catalana: da un lato parte di un apparato di ordine pubblico sovraordinato (nel nostro caso l’Unione bancaria europea), dall’altro legata da vincoli di amor patrio e stretta collaborazione operativa con il Ministero dell’Economia e il sistema bancario della Nazione. Come in Catalogna, l’autorità centrale e i referenti territoriali non hanno aiutato a gestire in maniera armonica la tensione tra i due attrattori. Non tanto il MEF, quanto la politica in genere. Prima e dopo il rito catartico del governo Monti, le coalizioni si sono formate per precipitazione verso un punto di caduta: la flessibilità di bilancio, aka più burro sulla tartina servita agli elettorati. Figuratevi che priorità poteva assumere nel 2010, o nel 2013, un piano di messa in sicurezza del sistema bancario che comportasse uscite cash per qualche decina di miliardi di ricapitalizzazioni. Molto bassa.

Del resto non ci pensavano lontanamente nemmeno i ricapitalizzandi. Anche nei casi più critici, fino al 2015, è prevalsa la volontaristica pretesa di farcela con la governance e il capitale a disposizione. Ma non si deve sopravvalutare il peso nelle scelte di politica bancaria degli istituti poi finiti malamente. Sì, è vero, quelle banche hanno espresso, finché hanno potuto, un potere di interdizione e di veto prima che il Governo Renzi forzasse le riforme (ad oggi incompiute) delle popolari e delle Bcc. Ma quei soggetti occupavano in sala controllo un posto defilato. Soltanto i due gruppi maggiori dialogavano da pari a pari con i Regolatori, ed entrambi hanno pilotato in maniera ragionata l’uscita dall’emergenza e l’approdo al nuovo mondo della Banking Union. Gli altri gruppi di alta classifica, con l’eccezione ingombrante di Mps, si sono messi sulla loro ruota, realizzando aggregazioni, semplificazioni della governance, derisking dell’attivo, pulizia degli Npl, cura delle investor relation, adozione dell’approccio IRB (basato sui rating interni) per risparmiare capitale. Non è che la navigazione in zona Uefa sia sempre stata tranquilla, ma la rotta era definita.

Il resto del sistema, tranne virtuose eccezioni, ha fatto quel che ha potuto, senza rendersi bene conto di quello che succedeva intorno. Chi era il pastore di questo gregge variegato? La Banca d’Italia, che pure ha fatto quel che ha potuto. La transumanza è stata lunga e tormentata da sbandamenti e malanni. A differenza del buon pastore della parabola evangelica, per mettere in salvo le novantanove banche la nostra Vigilanza non è riuscita a recuperare quelle che si erano smarrite. Di questo è stato accusato Visco. Sono accuse fondate? Se lo sono, come può adesso lo stesso vertice della Banca d’Italia proseguire nel duro lavoro con la reputazione intaccata?

Non mi soffermo sui punti deboli delle istanze accusatorie contro Ignazio Visco come persona o come simbolo (vi rimando qui). Noto soltanto che la mozione contro la sua riconferma, nella prima versione ispirata dai parlamentari renziani, vaga in una terra di nessuno, a metà strada tra i capi di imputazione populisti portati da M5S e Lega e le accuse di infedeltà alla direttiva Brrd del partito filo-tedesco. Il punto non sta nei contenuti di quella mozione, ma nel fatto che un’ampia area parlamentare (circa l'80% della Camera) l’ha approvata o si è astenuta, esternando così la sua distanza dalla Banca d’Italia. Cerco di leggere in prospettiva questa presa di posizione. È in piena continuità con il passato post 2013. I partiti che si accingono a presentarsi alle elezioni, e che staranno al governo o all’opposizione nella prossima legislatura, non soltanto ripudiano le responsabilità della crisi bancarie già avvenute, ma continuano a sottrarsi alla responsabilità di fare un piano per prevenirne di nuove. Dal canto loro le Autorità europee, ben consapevoli di questa elusività recidiva, si preparano ad aggiungere optional al letto di Procuste in modo che la ghigliottina tagliadebito scenda senza intoppi, non importa chi vi sarà coricato in quel momento.

Povera Banca d’Italia, ancora in navigazione tra Scilla e Cariddi! Ha ragione, caro amico, il riconfermato Visco ha dato prova di carattere, ma adesso deve dimostrare di saper pedalare (non su un pedalò a Riccione, ma in un tappone dolomitico con la nebbia). A ben vedere, non tutti i mali vengono per nuocere. Che una parte della politica abbia deciso di prendere le distanze alla fine può giovare all’autonomia della Banca d’Italia, tanto decantata in questi giorni con il pilota automatico della retorica. Un’autonomia da ricostruire su due fronti: verso la politica e il sistema bancario in Italia, e verso le Autorità bancarie in Europa.

Sul primo fronte, Visco dovrà farsi carico di un’impresa epica, riportare al centro del dibattito tecnico e politico la sana gestione delle banche e del debito pubblico, le regole da rispettare oggi e domani per non schiantare dopodomani. Che non vuol dire fare proclami o programmi di educazione finanziaria, vuol dire istruire le decisioni di policy con coraggio e tenacia, sulla base dei fatti, esigendo pari impegno e preparazione dai propri interlocutori. Qualche progresso dal 2013 lo abbiamo fatto, ma si può fare di meglio. Questa rafforzata funzione di intelligence deve poi ricadere nell’attività di supervisione, che speriamo perda presto i suoi connotati formali e meccanicistici ormai superati dai tempi per diventare un dialogo sulla sostanza con banchieri tutti maggiorenni e vaccinati. Sia ben chiaro, parlo di un dialogo non basato sul copia-incolla di frasi fatte, ma sui numeri, come quello sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Come cambia la speranza di vita dei crediti in sofferenza? In quanti anni riusciamo a smaltirli con i margini prodotti dai tassi di interesse di oggi, e da quelli di domani? Come supereremo il sobbalzo della curva dei rendimenti? Qual è il cost/income ratio normalizzato, quanto deve scendere per essere sostenibile? E via discorrendo.

Sul fronte europeo, la Banca d’Italia è parte di un sistema di vigilanza unico in posizione subordinata rispetto alla Bce, all’EBA, al Fondo unico di risoluzione. Formalmente il suo perimetro di competenze dirette si andrà restringendo (pensiamo alla "perdita" delle Bcc con la costituzione dei Gruppi bancari cooperativi). Nella pratica, tuttavia, le persone della Banca d’Italia continueranno ad essere i principali interlocutori della maggior parte delle banche italiane. Il reclutamento e la formazione delle risorse umane resteranno una competenza nazionale, pur con l’interessante apertura di percorsi di carriera tra Roma e Francoforte. In questa struttura che esige collaborazione tra Bcn e Bce, si sono registrati dissensi e divergenze su vari temi, ad esempio sulle crisi di Mps e delle Venete, o sui requisiti di passività bail-inable (Mrel) per le banche non sistemiche. Una spaccatura tra la Banca centrale nazionale e la Bce avrebbe conseguenze più gravi della presa di distanza rispetto alla politica di cui si è detto prima.

Amico, lei ha ricordato l’attivismo dei candidati alternativi a Visco nei giorni precedenti la riconferma. A parte i membri dell’attuale direttorio, si sono fatti i nomi di Angeloni, Bini Smaghi, Enria, Reichlin, tutte persone che occupano, o hanno occupato, posizioni importanti nella Bce o nell’Eba. Angeloni, presente nel Supervisory board con Nouy e Lautenschläger, ha dovuto interpretare il ruolo di difensore dei dispositivi di risoluzione (vedi audizione in Senato). Anche Enria si è pronunciato criticamente sul rifiuto italiano del bail-in, ma ha anche proposto un veicolo per la cessione degli Npl che accoglie l’istanza italiana di moderarne l’impatto immediato sul capitale (vedi audizione all’Europarlamento). Lucrezia Reichlin, che come Bini Smaghi non è attualmente in servizio presso un’autorità bancaria, ha pubblicato nei giorni precedenti il decreto di nomina tre lunghi articoli sul Corriere (qui il primo) in tema di futuro dell’Eurozona, nei quali ha preso posizioni "filoitaliane" in tema di debito pubblico e banche. Come si vede, le posizioni sono variegate. Talora appaiono divergenti rispetto alla linea di Palazzo Koch, ma non possiamo parlare di una spaccatura tra la tecnostruttura romana e una "legione straniera" che punta a sovvertirla in nome dell’ortodossia filo-Bce. Tuttavia, se il Tevere (e il Meno) dovessero allargarsi, la spaccatura tra BdI e Bce potrebbe suscitare una lotta fratricida tra guelfi e ghibellini per l’egemonia della banca centrale italiana.

Tra i compiti di Visco ci sarà pertanto anche quello di creare un maggiore amalgama tra via Nazionale e i suoi espatriati (il discorso si estende ovviamente ai ruoli non dirigenziali). È la condizione per fondare un Sistema di vigilanza unico realmente rappresentativo delle diverse realtà nazionali e non dominato dai paesi più forti. Non lo dico come se arrivare lì fosse una bazzecola. Non a caso ho ricordato i 550 miliardi che dobbiamo a Francoforte. La Banca d’Italia, nella veste di braccio tecnico del Mef, dovrà negoziare per diversi anni con i Paesi nostri creditori netti. Ma occorre comunque difendere uno spazio di analisi onesta, di ragionevolezza e di rispetto reciproco nel quale discutere. Certamente, la politica e il quadro geopolitico e macroeconomico devono dare una mano. Ma se la situazione rimane sotto controllo (lo speriamo tutti) si dovrà ancora battagliare sull’adeguamento dell’impianto di supervisione e crisis management. Una lotta di lunga durata contro i rimedi peggiori dei mali prescritti da medici che non li applicherebbero mai a casa loro. È bene non isolarsi in questa contesa: ci sono altre banche centrali nazionali con esigenze coincidenti. Si condivida con loro l’analisi dei problemi e la proposta di soluzioni migliori. Ad esempio, il Banco do Portugal è un partner interessante, stando a quello che dice il suo Governatore nell’intervento che ho ritwittato:

Un ultimo, umile suggerimento al Governatore che si appresta ad affrontare i prossimi sei anni. Ho ricordato prima quanto sia utile una Banca d’Italia capace di elaborare idee coraggiose per affrontare situazioni complesse e mutevoli. Perché lo faccia più efficacemente, la vorremmo meno paludata, più agile, più libera nell’esprimere le proprie opinioni. E qui mi rivolgo direttamente al Governatore: dottor Visco, non è necessario far respirare in tutti gli scritti e i discorsi della Banca l’atmosfera monumentale di palazzo Koch. Qui sì, forse si può apprendere qualcosa dalla comunicazione, che trovo più fresca, della Bank of England. Ferdinando Giugliano, il giorno dopo la sua nomina, auspicava che il suo futuro successore venisse reclutato con un’inserzione sull’Economist, come ha fatto la BoE. C’è tempo per pensarci, senza dimenticare che il paese che ha attratto tanti talenti dall’estero (Antonio Conte, José Mourinho, Pepp Guardiola, Mark Carney) ha poi votato la Brexit perché non tutti i suoi cittadini ne erano entusiasti.

E tornando a lei, caro amico di matita, faccio mia al 100 per cento la sua conclusione: per quanto mi possa riguardare da semplice cittadino [e da studioso], Visco è il mio Governatore.

Viva Visco! E ora, al lavoro.