Italia vs Ue sugli Npl: la posta in gioco

Note
Pubblicato su ilsussidiario.net il 21 ottobre 2017

Può un documento tecnico di vigilanza bancaria suscitare tanto clamore mediatico? È quello che è successo con l’Addendum alle linee guida sui crediti deteriorati (Npl) pubblicato sul sito della Bce il 4 ottobre, nel quale si propone di attivare il calendar provisioning, cioè la svalutazione a tempo dei prestiti bancari problematici (dopo 2 anni per la parte non garantita e 7 anni per quella garantita). Alla proposta dei supervisori di Francoforte si è risposto dall’Italia con un fuoco di sbarramento alimentato da editorialisti e rappresentanti dell’industria bancaria. È arrivato a rinforzo l’endorsement del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Non è l’unico tema su cui i banchieri e i regolatori italiani si trovano in dissenso con la Vigilanza di Francoforte. E non sarà l’ultimo.

Quanto accantonare? Regole bilancistiche e prudenziali

Per capire di che cosa stiamo parlando è meglio mettere da parte le contrapposizioni preconcette e concentrarsi sull’impatto che le nuove regole avrebbero sui comportamenti delle banche e sulla loro situazione finanziaria. Il tema degli accantonamenti per rischio di credito è stato poco più che una sine cura quando le cose andavano bene, come pareva andassero fino al 2008. Anzi, i principi contabili internazionali Ias 39 si premuravano di evitare stime troppo prudenti delle perdite da coprire, limitandoli alla componente "realizzata" o comunque documentata da evidenze oggettive di deterioramento. Acqua passata. Dall’anno prossimo entrerà in vigore il nuovo standard Ifrs 9 che impone svalutazioni più severe, calibrate sulle perdite attese fino alla scadenza del prestito nel momento in cui questo subisce anche un semplice declassamento del rating.

Questo stabiliscono le regole sui bilanci. Le regole di vigilanza bancaria consentono di mettere in discussione la congruità degli accantonamenti contabili (pur già inaspriti dall’Ifrs 9), dando ai supervisori il potere di rettificarli all’insù, deducendo quanto serve dal patrimonio regolamentare (il famoso Cet1). Pertanto, l’addendum incriminato non costituisce una forzatura irregolare della gerarchia delle norme: è un caso di applicazione del potere discrezionale concesso dalle normative in materia di Srep, il processo di supervisione prudenziale al quale tutte le banche sono sottoposte una volta l’anno.

La Supervisione Bce, per voce della sua responsabile Danièle Nouy, ha difeso gelosamente questa sua prerogativa nella dialettica con gli organi politici dell’Ue che hanno messo mano alle revisione delle regole bancarie con il Banking Package. La Bce pretende la stessa fiducia che si accorda al primario di un reparto ospedaliero, libero di non conformarsi a un protocollo di cura se questo limita la possibilità di aumentarne i dosaggi quando il paziente è grave, o quando non collabora alla guarigione. A differenza di un utente del servizio sanitario, una banca vigilata non ha diritto a rifiutare la terapia.

L’impatto del calendar provisioning

Il calendar provisioning è una pratica consigliata (una regola, se volete) che consente alla Bce di esercitare il suo potere discrezionale in maniera semiautomatica, spostando sulla banca l’onere di provarne l’arbitrarietà (comply or explain). Nella versione messa da poco in consultazione, il provvedimento va a interessare soltanto i nuovi flussi di credito ammalorato a far tempo dal gennaio 2018. Pertanto la misura non tocca la massa di Npl accumulata negli anni passati, già interessata da adeguamenti (non così drastici) delle perdite accantonate. Si teme tuttavia che il test sui flussi sia preludio all’estensione generalizzata agli stock.

In termini di numeri, l’impatto sarebbe durissimo. Siamo rimasti scossi quando nel novembre 2015 le "quattro banche" hanno visto le loro sofferenze abbattute al 17,6% del valore lordo, in linea con i presunti valori di cessione a investitori specializzati. Qui avremmo una svalutazione allo 0%, per di più estesa alle inadempienze probabili (Npl con migliori prospettive di recupero). Un trattamento particolarmente severo per le posizioni non assistite da garanzie reali o da fideiussioni efficaci (come quelle che offre lo Stato col Fondo centrale per le Pmi). Le esposizioni non garantite (scoperti di conto corrente, mutui chirografari) sarebbero azzerate dopo due anni dal loro declassamento. Si può discutere sul grado di cogenza delle soglie temporali previste (2 o 7 anni), ma non c’è dubbio che in Italia avrebbero un’alta probabilità di "mordere", visti i tempi di permanenza delle posizioni a incaglio e la lunghezza delle procedure di recupero delle sofferenze. Tempi che si ha tutto l’interesse a ridurre, ma con benefici che, a loro volta, richiedono tempi lunghi per maturare.

Il confine in movimento tra perdite spalmabili e sotterrate

Una cura da cavallo, non c’è dubbio. Che si giustificherebbe, nella visione della Bce, per stroncare pratiche perniciose come l’erogazione di cattivo credito e l’occultamento dei conseguenti buchi di bilancio (extend and pretend). Si eviterebbero così crisi a scoppio ritardato, come quella delle popolari venete.

Sono giustificati questi timori? Non sempre. È una questione di punti di equilibrio. Non esiste una regola generale di gestione bancaria per cui si debbano spesare subito le perdite sui crediti problematici calcolate nello scenario peggiore. Se la banca ritrova una capacità di reddito, e blocca la formazione di nuovi Npl, può spesare le perdite passate facendole uscire un po' alla volta e compensandole coi margini di una gestione sana che riprende a girare per il verso giusto. C’è tuttavia un punto di non ritorno, difficile da scoprire in anticipo, oltre il quale una banca non può pensare di farcela con le sue sole forze. È un calcolo piuttosto semplice: si stimano le perdite potenziali sullo stock di crediti deteriorati da smaltire, si proietta a medio termine il risultato di gestione atteso prima del costo del rischio al netto di dividendi e nuovi fabbisogni di capitale, e si fa un rapporto, che misura (in anni) il tempo di smaltimento con risorse interne, che non può andare oltre un valore soglia. Le agenzie di rating utilizzano misure di questo tipo quando valutano la solidità delle banche.

Questo punto di uscita dal tunnel è un traguardo in movimento, e può allontanarsi sia quando emergono nuovi crediti ammalorati e la parte del credito non recuperata aumenta (numeratore), sia quando peggiorano i margini attesi (denominatore). Negli anni peggiori della crisi si sono mossi entrambi nella direzione sbagliata, in un clima di grande incertezza sui modelli di business da seguire in un mondo a tassi zero. Con le cose così malmesse, stimare il potenziale di risanamento di una banca incidentata diventa un azzardo, ed è bene essere prudenti, come impone di fare la Bce.

Tuttavia, nel caso in cui le perdite pregresse si presumono recuperabili in un lasso di tempo ragionevole, è corretto ipotizzare di tenere gli Npol a bilancio e gestirli internamente in vista di un loro decumulo graduale. In questa fase di passaggio, i coverage ratio messi a bilancio potrebbero sottostimare le perdite potenziali, ma si tratterebbe di una bugia innocua se le perdite non accantonate trovano copertura nei margini futuri. Un bravo analista finanziario sconterà il costo del rischio non coperto nella sua previsione dei flussi di cassa della banca e valuterà correttamente il debito e il capitale azionario della banca.

Se invece si sfonda il punto di non ritorno, la banca diventa a rischio di dissesto (likely to fail). Non può andare avanti così com’è combinata, metterebbe a rischio i risparmi degli investitori e dei depositanti. Deve essere prontamente ricapitalizzata o liquidata. E in casi del genere, si badi bene, la Tac che rileva le perdite nascoste è solo un passaggio diagnostico, non è la terapia. Questa deve essere trovata nel menu di rimedi della direttiva Brrd sulle crisi bancarie, con un mix di risorse private (conversione volontaria del debito o bail-in forzoso), di interventi dei fondi interbancari e, nei casi più gravi, di aiuti dallo Stato. Anticipare la diagnosi fa soltanto scoppiare prima il dissesto conclamato, se questo è comunque inevitabile, come nel caso che stiamo ipotizzando.

Come uscire dalla contesa sulla terra di nessuno

In uno scenario del genere, si rischia una contrapposizione tra due fronti separati da una terra di nessuno. Da un lato i supervisori europei che pretendono di veder estinti i focolai di rischio sistemico. Dall’altro le banche italiane (o una loro buona parte) arroccate a difesa delle pratiche attuali per non essere travolte. Il Governo e la Banca d’Italia non possono che schierarsi sul secondo fronte. Ricadrebbe infatti su di loro l’ingrato compito di rimediare a una situazione destabilizzata. Alla fine i cocci sarebbero raccolti a spese dei clienti delle banche e dei contribuenti italiani, visto l’impasse nel far procedere i meccanismi di solidarietà dell’Unione Bancaria (fondi di risoluzione e assicurazione comune dei depositi) in questo clima di sospetti incrociati.

Non è una contesa che si possa risolvere facilmente. Serve al nostro Paese un grande progetto volto a superare le disfunzioni ereditate dal passato (impreparazione finanziaria, fiscalità opaca e in continuo assestamento, ritardati pagamenti della Pa, tempi della giustizia civile) che rendono l’esercizio del credito un’attività rischiosa e ultimamente antieconomica. Nella prospettiva di un progetto del genere si può chiedere all’Europa non soltanto un atteggiamento più tollerante, ma un sostegno materiale. Anche qui, serviranno tempo e pazienza, non per difendere lo status quo, ma per ampliare il fronte di rilancio del sistema. Un rilancio già in corso, al quale recuperare una parte dei soggetti più deboli che rischiano altrimenti di essere espulsi disordinatamente.