Il complesso del territorio, e la volta che incontrai Gianni Zonin

È quasi impossibile dare un giudizio fermo e condiviso sulle crisi bancarie. Dopo che sono scoppiate, i numeri del disastro sono spaventosi. Le popolari venete chiudono con 17,5 miliardi di crediti deteriorati più 6 miliardi di sospette posizioni "ad alto rischio", a fronte di 26,3 miliardi in bonis. Quasi una proporzione 50/50 tra le prime due voci e la terza. Considerando i fidi alle imprese, andiamo nettamente sopra la metà.

Se portiamo indietro il calendario, il quadro cambia completamente. I numeri degli NPL delle stesse banche apparivano stranamente migliori di quelli visti oggi, e anche di quelli rilevati ai tempi presso i concorrenti: basta confrontare i dati di BPVi e VB (soprattutto il coverage ratio) con quelli della Cassa di risparmio del Veneto (Gruppo Intesa Sanpaolo):

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Chiaro indizio che fossero truccati. Eppure non si è riusciti a emettere una diagnosi precoce del male incurabile, e nemmeno a frenare i noti comportamenti che lo hanno aggravato, nel disperato tentativo di nasconderlo.

Il disastro annunciato della Banca popolare di Vicenza

L’emblema di questa visione schizofrenica di un dissesto bancario in gestazione lo troviamo nel comunicato col quale la Banca popolare di Vicenza si compiaceva di aver superato l’esame della BCE il 26 ottobre 2014 (meno di tre anni fa):

Positivo l’esito dell’esercizio di Comprehensive Assessment, svolto dalla BCE in collaborazione con l’EBA e con la Banca d’Italia, che comprende l’Asset Quality Review e lo Stress Test, anche grazie alle iniziative di patrimonializzazione già intraprese: superato l’Asset Quality Review con un’eccedenza di 340 milioni di euro dopo le principali misure di rafforzamento patrimoniale colmata la carenza "tecnica" da Stress Test, con un’eccedenza pari a 30 milioni di euro, grazie alle iniziative di capitale realizzate nel 2013 e 2014 per complessivi 1,2 miliardi di euro […​].
Le importanti iniziative di patrimonializzazione intraprese nel 2013 e 2014 (pari a 1,2 miliardi di euro) hanno consentito e consentiranno di garantire il sostegno al credito per le piccole e medie imprese dei territori di competenza, nonché di affrontare con particolare serenità l’esercizio di Comprehensive Assessment e di allinearsi ai nuovi standard previsti dalla Vigilanza europea.

Dal 2007 a giugno 2014 la crescita media annua degli impieghi del Gruppo è stata pari al 5,8% rispetto all'1,3% del sistema bancario italiano. Negli ultimi quattro anni sono state garantite nuove ulteriori erogazioni a famiglie e imprese per circa 11,5 mld di euro. Tale politica di sostegno all’economia del territorio, che BPVi vuole con orgoglio continuare a perseguire, ha comportato una maggiore pressione nell’effettuazione dell’esercizio di Comprehensive Assessment, ma ha altresì contribuito a favorire i primi segnali di ripresa dell’economia nei territori di radicamento della Banca.

Messaggio chiaro: priorità per la banca è sostenere, con orgoglio, l’economia del territorio. I regolatori chiedono più capitale? Nessun problema, lo troviamo, nel territorio. Se non lo troviamo lo creiamo dal nulla (questo non c’è scritto).

Perché nessuno lo ha impedito?

Oggi tutti si stracciano le vesti. Ma allora? Non è vero che le irregolarità che da un anno conosciamo a memoria fossero ignote: l’ADUSBEF nel 2008 aveva segnalato alla Banca d’Italia e alla Procura di Vicenza le pratiche discutibili di emissione di prestiti subordinati, il collocamento di azioni a valori inverosimili, "azionisti costretti a diventare tali con metodi estorsivi, pena la mancata concessione dei prestiti, mutui, fidi". Sappiamo dalla cronaca giudiziaria come queste denunce non abbiano avuto seguito per protezioni e riguardi di cui la banca avrebbe beneficiato.

Quello che non riesco a capire è un’altra cosa. Come è possibile che negli otto anni successivi nessuno abbia collegato i puntini e restituito la figura completa di una banca che si reggeva in equilibrio precario sull’orlo di un baratro? Nemmeno la vigilanza europea ha voluto o potuto farlo. Non sappiamo che cosa si siano detti i colleghi italiani e stranieri dei team che hanno fatto l’AQR del 2014. Dall’esterno pare che i problemi siano stati letti in maniera asettica attraverso la lente dei coefficienti patrimoniali: accantonamenti da elevare, patrimonio da ridurre, iniziative per ricapitalizzare. Non è bastato. Allora nel 2015 si allontanano i vertici e si prepara la trasformazione in SpA e la quotazione in Borsa. Non può funzionare. Allora si chiama in soccorso il Fondo Atlante. Arriva e mette 3,5 miliardi, che non bastano. Allora si bussa alla ricapitalizzazione statale, ma è troppo tardi.

Ci sono stati ben quattro check point: AQR del 2014, IPO del marzo 2016, piano del Fondo Atlante nel 2016, piano di ricapitalizzazione precauzionale del marzo 2017. In nessuno dei quattro si è mai presa in considerazione l’ipotesi di staccare la spina, come si è infine deciso il 25 giugno. Perché?

Le ragioni per rinviare l’appuntamento col destino ci sono, ma sfuggono alla logica del diritto o dell’economia bancaria. Provo a riassumerle così.

Non sarò certo io a negare l’ultima chance

Denunciare un’insolvenza bancaria conclamata è come fare esplodere una grossa carica di dinamite. Può produrre dei crolli a catena e compromettere la stabilità del sistema, occorre ponderare le conseguenze. C’è sempre un’alternativa preferibile alla detonazione, ed è il rinvio, non solo per pavidità. Nessuno vuole mettere la sua firma sul disastro quando appare ancora evitabile.

L’altra ragione è prepararsi allo shock. Per questo ci vuole gradualità. Se la crisi ha dimensioni multimiliardarie, come in questo caso, c’è il problema di ammortizzarne il costo. Il supplemento di vita serve alla provvista di capitali per coprire il buco. Non è un’attività di cui andare fieri. Costringe a dire in pubblico mezze verità, perché la verità piena ("facciamo una colletta per coprire perdite pregresse") non si può sentire. Nella mia personale esperienza, quante volte mi è capitato di ricevere appelli last chance di persone, iniziative, aziende che chiedevano aiuto per non fallire. Negare quell’aiuto è una sentenza di condanna. Constatare questo trascina un’implicazione imbarazzante: il ticket per il farmaco salvavita è il cavallo di Troia delle pratiche scorrette di piazzamento dei titoli di capitale. Senza fare nessuna dietrologia, ricordate l’operazione MPS del dicembre scorso? Quando la banca e JP Morgan puntarono sulla conversione dei subordinati in azioni? Bene, allora anche Consob diede il via libera alla vendita delle azioni ai "subisti" in regime di "appropriatezza" Mifid, di fatto aggirando i paletti a tutela degli investitori.

Ultima ragione, delicatissima: tenendo aperta la baracca si salvano dei posti di lavoro. L’unico costo sicuro che si potrebbe evitare anticipando la liquidazione è il costo del personale. Dico si potrebbe, nello scenario mai visto finora di licenziamenti selvaggi. Nel mondo reale, finora non è mai successo questo. Col salvataggio delle venete, non si è risparmiato soltanto il valore del debito senior, ma anche il reddito del personale senior. Beninteso, i dipendenti hanno vissuto un dramma in cinque atti, ma alla fine a tutti si è garantito un percorso di uscita volontario che garantisce un reddito minimo adeguato fino all’età della pensione. E il miliardo abbondante spuntato da Intesa per la razionalizzazione organizzativa servirà per esodi più numerosi tra il personale anziano nel resto del gruppo, non tra il personale mediamente più giovane delle Venete.

Dobbiamo chiederci se il quadro europeo di gestione delle crisi abbia migliorato o peggiorato la situazione. La BRRD ha disegnato (a tavolino) un protocollo di diagnosi e cura che prevede numerosi stadi di gravità e una sequenza di rimedi che vanno dagli interventi precoci alla ricapitalizzazione precauzionale, al burden sharing sul capitale, alla risoluzione piena con bail-in del debito senior, lasciando peraltro aperto l’esito alternativo della liquidazione. Una teoria infinita di caselle del gioco dell’oca e altrettante buone ragioni per provare un nuovo tentativo e per passare la carta dell’uomo nero al giocatore successivo. Che ci siano dei compiti a casa da fare per far funzionare meglio le regole lo riconosce anche il vice-capo della Supervisione BCE.

Laddove i comportamenti violano non soltanto le regole di sana e prudente gestione bancaria, ma anche il codice penale, l’Europa sembra lavarsene le mani. Nel caso delle venete abbiamo portato due dossier carichi di queste implicazioni, ma né la BCE, né la Direzione Concorrenza hanno interpretato il ruolo degli Untouchables dell’FBI. Hanno diligentemente fatto i loro conticini del CET1 ratio negli scenari base e avverso. Dove si è accesa la spia della riserva hanno prescritto di fare rifornimento. C’era ben altro dietro quei numeri, e dietro le soluzioni che le banche hanno portato in risposta. Ma, avranno pensato, i panni sporchi ve li lavate in casa.

Nessuno parla male di Garibaldi, della crescita e del territorio

Quando una bolla creditizia si gonfia il grosso del pubblico applaude, a differenza di quando scoppia. Usare il credito per sostenere i consumi e gli investimenti, o per evitare bancarotte e disinvestimenti, è un tratto delle politiche economiche dei paesi industrializzati dagli anni novanta, a partire dagli Stati Uniti di Bill Clinton. Ivi compresa la forzatura del reimpiego del risparmio finanziario sul territorio. Forse non conoscete a memoria il Community Reinvestment Act come Chuck McGill (fratello di Jimmy in Better call Saul), ma se avete seguito la serie sapete sicuramente che le state bank e le community bank devono assicurare delle percentuali minime di reimpiego negli stati di raccolta (nello Utah più alte che nel New Mexico). Bene, Zonin e Consoli (e altri banchieri "di territorio") si erano dati una sorta di autoregolamentazione ispirata allo stesso obiettivo.

Usare il credito per sostenere la crescita del PIL produce inevitabilmente strutture finanziarie fragili, che tuttavia sono per diversi anni anche dannatamente profittevoli per le imprese che ci investono e per le banche che le finanziano. Lo sviluppo immobiliare è storicamente in testa alla classifica di siffatti business prociclici. Hyman Minski lo ha spiegato fin troppo chiaramente: il credito facile produce strutture "speculative" e dà copertura a schemi "alla Ponzi" sfacciatamente truffaldini, eppure sempre rifiorenti in ogni epoca e latitudine. Il povero depositante, e lo sventurato contribuente, non sanno di aver fornito per anni il carburante alla corsa dei profitti nei settori più aggressivi, e nemmeno di aver firmato una cambiale in bianco per il giorno in cui la musica sarebbe finita.

Minsky e i suoi precursori (Wicksell, Fisher, la scuola austriaca) sono voci isolate in un mainstream di politica economica che non sembra dare troppa importanza alle crisi finanziarie. Si sa, possono accadere, ma pare che non ci sia spazio per loro nei modelli teorici che si utilizzano nelle fasi espansive. Chi insiste ad agitarne lo spettro è un ingenuo rompiscatole che vuole soffocare i fermenti più vitali della crescita economica. Come un bacchettone che volesse imporre la sua morale a un gruppo di ragazzi e ragazze esuberanti. Ma poi rischia di finire come in Tredici (la serie su Netflix) con la comunità economica in balia di bulli arroganti, e le conseguenze possono essere tragiche.

Dopo la crisi del 2007-2008, il problema non ha più potuto essere ignorato dal Financial Stabilty Board e dai regolatori prudenziali, che hanno ideato una serie di rimedi contro le aree grigie dell’intermediazione (shadow banking), oltre a lanciare l’inedito filone della supervisione macroprudenziale. Si preparano a festeggiarne i successi al prossimo G20 di Amburgo. Forse sono stati molto bravi, e non avremo più crisi future. Purtroppo in Italia siamo ancora alle prese con i cocci delle crisi passate, e con il nostro proverbiale disincanto ci permettiamo di dubitarne.

Resta il fatto che non è facile mettere a nudo uno schema di intermediazione fragile quando la musica suona ancora. Chi prova a smascherarlo toglie la sicura a una bomba. Chi lo gestisce nega, lancia i diversivi e passa al contrattacco. È facile che alla fine vinca lui, fino al penultimo round.

E perché quelli che sanno (le banche concorrenti prima di tutti gli altri) non lo smentiscono? Ancora una volta, chi glielo fa fare? Al contrario, hanno tutto l’interesse a non accorgersi di nulla. Le banche folli che si espongono coprono la ritirata dalle posizioni più a rischio delle banche prudenti. Le sofferenze in più di BPVi e VB sono per una buona parte sofferenze in meno dei concorrenti che lavoravano con le stesse imprese.

Sì, perché una bolla creditizia che si gonfia e poi scoppia è un gioco a somma zero, dove vince chi fugge (come in amore, ma qui si fugge e basta).

Che fare allora per impedire la prossima crisi?

Come si può fermare la marea ascendente dei capitali in cerca di ritorni speculativi? Come impedire che la politica e le banche siano catturati da queste macchine da soldi? Come contenere la marea discendente? Vi rispondo subito: non lo so. Posso dare soltanto qualche consiglio di navigazione.

La volta che incontrai Gianni Zonin

Sì, ho incontrato l’ex Presidente della BPVi non tanto tempo fa. Non immaginerete mai l’occasione: un pranzo organizzato il 20 marzo 2015 dall’allora Prefetto di Verona, Perla Stancari, con esponenti delle principali banche presenti in Veneto. C’era anche il Presidente del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini, i capi delle Direzioni regionali di Intesa Sanpaolo e Unicredit, e altri ancora. Era a tema un progetto, nome in codice SUP&R (ne parlo in questo post sul mio vecchio blog), a supporto delle piccole imprese in difficoltà. Si trattava di un'iniziativa promossa dal Prefetto che coinvolgeva, oltre alla Prefettura, Camera di commercio di Verona, Università di Verona, Università di Trento, con il contributo della Società Cattolica di assicurazione. L’iniziativa intendeva offrire un’opportunità concreta alla situazione di grave crisi delle piccole imprese del territorio, ricercando le soluzioni alle difficoltà incontrate nell’accesso e nella ristrutturazione organizzativa e finanziaria.

Zonin portò un delizioso Clintón (il vitigno, non Bill) vinificato in bianco (anche se è un non-vino formalmente proibito). Mi parve una persona affabile e animata dalle migliori intenzioni. Ai tempi ero al 100% impegnato su confidi e finanza delle micro-imprese, seguivo da lontano le vicende bancarie. Come un cronista sportivo che sa tutto della LegaPro, ma ascolta i risultati della Serie A la domenica alla radio. Lo ammetto, non avevo nessun sentore di quello che stava covando nella banca presieduta dal mio illustre commensale. Peccato, perché qualche early warning sui bilanci bancari avrei potuto lanciarlo, come facevo per quelli dei confidi. Non avrebbe cambiato le cose, ad ogni modo.

Il Prefetto Stancari mi aveva coinvolto per caso, avendo io promosso qualche anno prima il Business Point, uno sportello di assistenza finanziaria alle piccole imprese. Una piccola cosa, che mi ha messo in contatto con una decina di aziende. Ne abbiamo seguite tre in maniera approfondita. Il tutto nel frammento: tre situazioni contingenti mi hanno fatto capire che cosa mancava nell’intero sistema.

Accanto a questo nostro minuscolo tentativo, non ho avuto notizia di iniziative simili. Ho frequentato in lungo e in largo il mondo dei confidi e delle associazioni d’impresa, ma non mi risulta che nessuna istituzione o associazione abbia preso iniziativa sul fronte dell’accompagnamento alle imprese in difficoltà (riassumevo la mia delusione in questa lettera a Radio24 ai tempi della campagna Disperati mai). Non siamo andati oltre la moratoria e il telefono amico. Sicuramente tante persone di buona volontà si sono fatte in quattro per rispondere a situazioni di bisogno particolari, ma questo non è diventato cultura, buone pratiche, obiettivo di politiche specifiche. Il progetto veronese offriva una nuova occasione.

Il progetto SUP&R si è concluso nel settembre 2016 secondo le attese. Con i colleghi dell’Università di Verona abbiamo analizzato sei casi aziendali e prodotto dei rapporti di analisi finanziaria e strategico-organizzativa. Un’esperienza positiva, quindi, ma presto esaurita. Anche questa volta non sono riuscito a seminare l’idea.

La via stretta della buona gestione finanziaria

L’idea è quella della consulenza continuativa alla finanza delle piccole imprese. Non è un colpo di genio, piuttosto un uovo di Colombo. Cerco di diffonderla, senza molto successo, dal 2005, quando ho scritto questo articolo. L’ho riassunta tre anni fa nell’audizione in Senato sulla riforma dei confidi:

Come principale elemento di innovazione, occorre che la componente di servizio sia rafforzata fino ad evolvere in una consulenza continuativa alla gestione finanziaria delle imprese socie. Questo servizio più ricco dovrebbe comprendere un supporto regolare alla pianificazione finanziaria e al controllo direzionale, specialmente nelle imprese che non sono dotate di un responsabile amministrativo e finanziario. Soltanto in questo modo il confidi potrebbe accreditarsi come agente che conosce meglio della banca la salute finanziaria delle imprese. Inoltre, il confidi-consulente potrebbe disciplinare i comportamenti dell’impresa e facilitare così l’intervento preventivo su tensioni finanziarie che possono essere corrette e risolte.

Al momento, i confidi prestano un’assistenza finanziaria di base che però ha carattere episodico in quanto è strettamente collegata con la lavorazione delle domande di affidamento e l’accompagnamento in banca. Nei casi che ho avuto modo di conoscere (non numerosi, ma rappresentativi), si avverte drammaticamente la mancanza di un consulente di questo tipo a fianco dell’impresa.

Dopo lo scoppio della crisi, le banche e i confidi non hanno abbandonato a sé stesse le imprese in difficoltà. Tuttavia, specialmente tra il 2009 e il 2010, il dissesto finanziario è stato curato quasi esclusivamente con cure palliative, come le moratorie e i mutui-liquidità. Questi rimedi hanno tamponato la crescita della insolvenze; se non ci fossero stati, le sofferenze bancarie avrebbero avuto subito una dinamica esplosiva. Le cure palliative non hanno però debellato il male. Molti casi erano irrecuperabili. Nei molti altri casi che potevano essere curati, sono mancate le diagnosi tempestive e le azioni di risanamento, sia dal lato delle imprese, sia dal lato delle banche; là i confidi hanno semplicemente subito il deterioramento del credito e la successiva escussione. La consulenza è tornata in campo nella fase di recupero del credito e di soluzione della crisi per via giudiziale o contrattuale, e si è trattato di una consulenza di contenuto legale accessibile soltanto ad imprese di adeguato standing.

Di servizi di intelligence finanziaria per le PMI c’è quindi un bisogno estremo. Tuttavia, la loro diffusione è ostacolata prima di tutto dall’assenza di consapevolezza e quindi di domanda effettiva da parte delle imprese. In aggiunta, vi si oppongono i possibili concorrenti, come i mediatori creditizi, gli studi professionali, gli sportelli credito e i centri di assistenza fiscale delle Associazioni, che temono di perdere lavoro in un mercato dei servizi professionali impoverito dalla crisi . In realtà, si possono ottenere delle sinergie offrendo in maniera coordinata i servizi tradizionali di assistenza contabile (a cura degli attuali provider) e i nuovi servizi di supporto alla pianificazione finanziaria (svolti dai confidi, o da strutture professionali dedicate ad essi collegate).

[…​] La sfida è formidabile, almeno quanto lo sviluppo di una qualificata assistenza medica di base nell’ambito del servizio sanitario nazionale. In entrambi i casi, per prima cosa ci vogliono le persone, e nel nostro caso servono dei “medici finanziari” competenti e appassionati al loro lavoro. E per creare queste figure si deve intervenire su progetti di formazione specialistica, possibilmente non duplicati, né dispersivi.

Oltre a formare gli specialisti, occorre sensibilizzare e coinvolgere gli stessi imprenditori con una grande campagna di educazione finanziaria, un “Non è mai troppo tardi” per la finanza d’impresa

Pertanto, il mio consiglio ai naviganti è questo: diventate dei bravi navigatori, o procurateveli. Non sfidate la burrasca se proprio non è necessario. Non giocate a fregare l’assicuratore del vostro naviglio. Potreste essere a bordo.

La via larga del "poche storie, dateci credito"

Pensate che questo messaggio possa far breccia oggi, tra gli animi ancora scossi dal turbine di angoscia e sofferenza sollevato dal doppio dissesto di Vicenza e Montebelluna? Temo di no. Una proposta pensata per viaggiare lentamente, con tempi lunghi, non diventa più interessante quando si subisce uno shock emotivo, anzi. L’impulso più forte è dimenticare. È stato un mezzo disastro, ma ci abbiamo messo una pezza. Chi ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato.

Perciò non mi aspetto che le imprese messe in difficoltà dalla crisi delle venete corrano a frotte ad attrezzarsi di competenze e strumenti per gestire meglio la loro finanza. Quelle più avvedute lo hanno già fatto, le altre pensano di poter ancora aspettare, hanno problemi più pressanti.

Questo desiderio di ritorno alla normalità, senza troppe storie, è espresso bene dal sindaco di Montebelluna, Marzio Favero, ripreso da Mario Seminerio qualche giorno fa:

Mi chiedo cosa accadrebbe se ora, con questi cambiamenti epocali in atto, si fermasse il credito alle imprese. Semplice: se si ferma la locomotiva veneta si ferma l’Italia. E se si ferma l’Italia, si ferma l’Europa intera. […​]

Conosco molti imprenditori che sono cresciuti con Veneto Banca, e che poi hanno visto sfumare i valore delle loro azioni. Eppure, la loro preoccupazione principale è che l’istituto che verrà sia disposto a scommettere su di loro, garantendo quell’accesso al credito fondamentale alla sopravvivenza delle loro aziende. […​]

È necessario che la nuova proprietà mantenga le strutture e che capisca come il nostro sistema di piccole e medie imprese abbia necessità di un credito tagliato su misura e non erogato o negato secondo criteri standardizzati italiani ed europei.

Ho ascoltato, rispettosamente, questo mantra da più di dieci anni nel milieu politico-associativo che circonda i confidi. Mi fa specie che sia ripetuto come una litania dopo che più di metà del credito alle imprese erogato da Vicenza e Montebelluna si è ammalorato. Tutta colpa della crisi? Un costo inevitabile? Un’inezia rispetto al contributo che quel territorio ha dato alla crescita del Paese e al gettito fiscale?

Non prendeteci per stupidi, per favore! Si abbia l’onestà di dire come sono andate veramente le cose, e di assumere le proprie responsabilità. C’è una classe dirigente che continua a teorizzare il pressapochismo come se fosse una virtù nazionale. Parla così per comprare consenso e, all’occorrenza, fare i propri affari. Sarebbe ora di un ricambio generazionale. I nostri figli non possono permettersi il lusso di mandare al diavolo i seccatori. Fanno i salti mortali per presentarsi con tutte le competenze in regola anche soltanto per un lavoro precario.

E le banche?

Forse ci si può aspettare qualcosa di più dalle banche. Anche loro non sono esenti da colpe. Che cosa è diventato il credito allo small business negli ultimi anni? Stendiamo un velo pietoso. Dal mio osservatorio seguo da anni un dibattito monotematico: l’accesso al Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, sembra che tutto dipenda da quello. La garanzia dello Stato come una sorta di bail-out statale preventivo dei rischi che una banca non si prenderebbe mai, per una serie di ragioni: imprese non concorrenziali, gestite con sciatteria, schiacciate da adempimenti burocratici inutili, ecc. Unica soluzione: aspettare che siano espulse dal mercato, ma dato che non gli si può negare il credito, passare il rischio sullo Stato. Un pensiero debole, privo di nerbo, che non può portare a nessuna azione convincente.

Il conto delle perdite assicurate dal Fondo centrale è relativamente piccolo. Quelle realizzate non sono divulgate, gli stanziamenti sono circa 0,5-1 miliardi l’anno. Ma comunque il cattivo credito presenta un conto molto più pesante. Le perdite più grosse non sono assicurate dal Fondo PMI. Il salvataggio delle banche venete costerà non si sa ancora quanto, più o meno dai tre ai dieci miliardi, o anche di più.

Un disastro? Non deve accadere mai più? Macché, arriva il complesso e valorizza il territorio, impara quattro accordi e costruisce un repertorio: in altri paesi è andata peggio, la nostra regione è la locomotiva dell’Italia, con tutte le tasse che paghiamo a Roma …​

Ma che ragionamenti sono? Fare di meglio è un imperativo morale, chiama in causa la responsabilità delle singole persone che maneggiano il credito e prendono decisioni nelle aziende.

Le banche possono fare molto per evitare che la moneta cattiva scacci quella buona. Il credito alle PMI resta un pilastro fondamentale dell’economia del nostro paese così come è oggi. Dovrebbe esserlo ancora rispetto al modello di business della banche italiane, anche se molte forze agiscono per ridimensionarne il peso, dato che può facilmente essere un’attività che distrugge valore. Come fare per renderlo nuovamente un polmone di buoni affari e vantaggi reciproci? Questa è la sfida.

Un nuovo modello di business non è una cosa che un consulente incravattato ti impacchetta in un centinaio di slide. È una conquista faticosa, sul campo, ottenuta provando e riprovando. Si stanno lanciando delle innovazioni nelle reti che lavorano coi privati, come il franchising con i tabaccai sperimentato da Intesa Sanpaolo e Societé Generale. Servirebbe qualcosa del genere per le imprese, in partnership con studi professionali o mediatori creditizi illuminati e disposti a investire nella consulenza continuativa di qualità. Le famose piattaforme Fintech darebbero una leva fantastica per arricchire ed efficientare il servizio.

Ci dobbiamo tornare sopra.